venerdì 30 gennaio 2026

VIROSI DELLE API

 

Viaggiano disperse nell’etere. Di che cosa si tratta? Di piccole microscopiche particelle che trasportano informazioni genetiche colonizzando l’ambiente che ci circonda e dando segno della loro presenza nei momenti più intimi delle nostre debolezze fisiche. Li chiamano virus: minuscoli “punk” biologici senza arte né parte, incapaci di vivere da soli ma bravissimi nel farsi ospitare a tradimento all’interno delle cellule di ciascun essere vivente. Entrano in esse senza bussare e senza chiedere permesso, usano il loro citoplasma come un Airbnb gratuito (è un portale online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi e lunghi periodi, esperienze e servizi con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare, generalmente privati) e insolentemente lo abbandonano lasciando tutto a soqquadro. Piccoli esseri irriverenti come un concentrato di maleducazione molecolare! Nel loro infinito peregrinare raggiungono anche i nostri alveari all’interno dei quali sono costantemente presenti. Nelle colonie in forza e sane essi, però, non sono in grado di determinare l’insorgenza di patologie, ma qualora la loro presenza (carica virale) sia e/o diventi, per diverse circostanze, molto elevata oppure si assista a un indebolimento della famiglia essi diverranno capaci di aggredirla debilitandola e innescando così patologie che, nel giro di brevissimo tempo, potrebbero espandersi dalla singola colonia interessata a tutto l’apiario. Queste piccolissime particelle viventi sono sprovviste di una struttura cellulare propria essendo composti unicamente da un guscio esterno che racchiude internamente il proprio genoma; praticamente una semplice catena genetica protetta da un involucro proteico. Il loro meccanismo d’azione si caratterizza nel penetrare all’interno della cellula e nel sostituire il proprio patrimonio genetico a quello cellulare così da riuscire a prendere il controllo della stessa ed a utilizzarla per potersi replicare portandola, come conseguenza, a morte certa. Inoltre, questa loro caratteristica gli consente di replicarsi con grande efficacia avendo, altresì, la possibilità di generare mutazioni attraverso la modificazione del loro DNA cosa, quest’ultima, capace di potenziare, in casi frequenti, anche la loro virulenza.

Sono state identificate più di 70 varietà differenti di virus che vivono come “saprofiti” all’interno degli alveari anche se non tutte queste specie si rivelano essere realmente pericolose per l’ape. Fra i virus di interesse apistico quelli che rivestono una maggior importanza per l’alterazione dello stato di salute dell’ape e delle colonie se ne riconoscono sette differenti classi: virus delle ali deformi (DWV), virus della covata sacciforme (SBV), virus della cellula reale nera (BQCV), virus della paralisi acuta -p.a.- (ABPV, virus israeliano della p.a. / IAPV e virus Cachemire KBV) e virus della paralisi cronica (CBPV). Questi virus sono ormai diffusi quasi ubiquitariamente a livello mondiale, quello però che è molto importante è che si registra una variazione stagionale della loro presenza e della loro diffusione nell’ambiente. Come sintomi e segni clinici a livello delle larve quelli più caratteristici sono causati dall’infezione da parte del virus della covata sacciforme, in tale situazione si potrà assistere alla presenza di larve che assumono un vero e proprio aspetto a sacco. Nel caso invece di presenza di infezioni causate dai virus della paralisi acuta potremo osservare a carico delle api adulte segni clinici quali il tremore, incapacità a volare, perdita dei peli con annerimento del torace e dell’addome che possono risultare lucidi e/o scuri, le api infettate muoiono rapidamente con conseguente comparsa di spopolamento dell’alveare. L’infezione può rimanere a livello subclinico fin tanto che la carica virale non diviene elevata. Il virus della cella reale nera determina la morte della larva reale che colliqua annerendo, conferendo così quel caratteristico colore scuro alla cella reale stessa. Il virus delle ali deformi causa un alterato sviluppo delle ali dell’ape con comparsa di deformità mentre non si osserva alcun sintomo a carico delle larve. Spesso le api colpite dall’infezione manifestano la presenza di un addome rigonfio e ipotrofico, sono deboli, assumono un colorito nero brunastro e sono incapaci di volare e possiedono un’aspettativa di vita molto breve. Il numero di api che manifestano deformità delle ali è indicativo per poter prevedere la capacità di sopravvivenza invernale della colonia. La presenza di api tremolanti in prossimità dell’alveare associata ad un gran numero di api morte nelle vicinanze è una condizione caratteristica di tale patologia ma che potrebbe, in alcuni casi, richiedere una diagnosi differenziale rispetto a una mortalità legata ad avvelenamento da pesticidi.



La sintomatologia caratteristica nella patologia causata da virus della paralisi cronica CBPV si manifesta con la presenza di accumulo davanti all’alveare di api in stato di agitazione, incapaci di volare e che mostrano tremori evidenti del corpo e delle ali, api con corpo glabro di colorito nero e di aspetto traslucido come se fosse bagnato o ricoperto da sostanza oleosa. Le api infettate muoiono nel giro di 48/72 ore, la famiglia in cui è presente l’infezione denota una sensibile diminuzione della presenza di bottinatrici e collassa in breve tempo. La trasmissione di infezioni virali all’interno di una colonia avviene sostanzialmente attraverso due modalità di propagazione: per via orizzontale e/o verticale. La trasmissione orizzontale è la più frequente e utilizza come vettore l’acaro della varroa ma questo non vale per tutti i tipi di virus che abbiamo elencato fin ora. Vi sono dei casi in cui il virus è presente nella colonia ma non riesce a determinare l’insorgenza della malattia poiché la famiglia è molto forte, si parla in questo caso di infezione latente. Sempre per via orizzontale le infezioni possono esser trasmesse attraverso l’alimentazione (polline contaminato, nutrizione delle larve, trofallassi, cannibalismo) e/o per contatto diretto come nel caso molto particolare del virus della paralisi cronica. La trasmissione verticale, per contro, avviene quando un virus viene trasmesso direttamente dai genitori (regina e/o fuchi virus presente nell’uovo e/o negli spermatozoi) alla covata. I virus che più frequentemente sfruttano questa via di trasmissione sono: quello delle ali deformi, della cella reale nera e in misura minore l’ IAPV, il KBV e l’ABPV. Contrariamente a quanto si possa pensare un’analisi dettagliata ha comunque dimostrato che la varroa non interviene in maniera significativa nella trasmissione virale all’interno di una colonia se non eccetto che per alcuni tipi di virus, al contrario della via verticale e di quella alimentare che, come si vede nella tabella sottostante, intervengono nella trasmissione di tutti i tipi di virus. In realtà non va però scordato che un tasso elevato di infestazione da parte dell’acaro all’interno di una colonia ne determina un suo importante indebolimento predisponendola a un potenziale aumento della probabilità di sviluppare malattie legate a un’infezione di tipo virale. L’ape possiede un sistema immunitario abbastanza fragile, tuttavia, essendo un insetto sociale compensa questa sua fragilità attraverso un apprezzabile comportamento igienico di insieme capace di conferirgli un’importante immunità di gruppo. Questo è uno dei principali motivi per cui l’apicoltore, al fine di prevenire la possibile insorgenza di malattie infettive, deve preoccuparsi di mantenere in apiario famiglie forti e ben nutrite, possibilmente costituite da api che possiedano un patrimonio genetico capace di influenzare positivamente le capacità del proprio sistema immunitario e del comportamento igienico. 

 
Altre pratiche utili per prevenire la comparsa di infezioni virali a carico delle colonie che gestiamo consistono nel disinfettare con la fiamma tutto il materiale che entra in contatto con le api soprattutto nel passaggio da un alveare all’altro, attuare un corretto atteggiamento di sorveglianza che consenta di eseguire diagnosi precoce di infezione e predisporre tutti quei provvedimenti necessari al fine che essa non si propaghi all’interno dell’apiario. Purtroppo, per il momento altre armi in nostro possesso, oltre a quanto riportato sopra, per aiutare le nostre amate operaie volanti a contrastare le infezioni virali dalle quali possono essere colpite non ne abbiamo. Importanti scenari, però, si stanno aprendo per un prossimo futuro. Fra questi possiamo annoverare l’uso del RNAi una molecola capace di disattivare alcuni specifici geni virali, oppure l’impiego di dsRNA un RNA formato da un doppio filamento che una volta entrato all’interno delle strutture cellulari del parassita attiva un meccanismo naturale capace di “silenziare” alcuni geni dell’acaro portandolo alla morte e/o alla sterilità senza arrecare alcun danno alle api (American Council on Science and Health). Ancora in fase di completamento è, invece, la ricerca che studia l’impiego di batteri “ingegnerizzati” che una volta introdotti nell’intestino delle api riescono a produrre dsRNA in grado di inattivare i virus DWV e IAPV (Alberta Beekeepers Commission). Igiene rigida di arnie e attrezzi, rimozione di vecchi favi, selezione genetica e pratiche di tecnica apistica quale, per esempio, il blocco di covata, restano le nostre armi migliori almeno finché, con il sorgere di un nuovo giorno, la scienza non ci sorprenderà regalandoci tecniche innovative talmente avanzate da riuscir a far intimorire perfino il varroa destructor. Nel frattempo, continuiamo a restare vigili e attivi perché le api ci stanno osservando! 
 

mercoledì 21 gennaio 2026

APITOSSINA

 

Vi voglio raccontare una storia che risale ormai a molti anni fa quando ancora giovane medico, da poco specializzato in ortopedia, diagnosticai alla mia zia Ivana un dito a scatto e le consigliai il trattamento chirurgico. Fu proprio allora che rimasi meravigliato nel sentire la risposta della zietta: “ se non ti offendi prima di farmi operare preferirei sottopormi ad un trattamento di api terapia presso un medico che professa questa pratica”. “ Certo che no ” le risposi io, non senza tradire un senso di irriguardevole stupore. Dopo solo due sedute la mano della zia guarì perfettamente. Allora ero ancora un giovane medico bramoso di mettere in pratica le tante nozioni acquisite negli anni di studio e nel reparto di chirurgia della mano dove già da tempo lavoravo e dove lavoro tuttora; allora ero certo più incline a colpire di bisturi piuttosto che non di pungiglione. Non diedi peso a quella “strana” guarigione giudicandola più frutto di un atto di “stregoneria” piuttosto che altro. La mia carriera di medico è comunque proseguita felicemente senza che mi prendesse la paura di poter perdere il lavoro  per la “rivalità” di qualche puntura d’ape, ma senza nemmeno poter prevedere che un giorno mi sarebbe mai potuta capitare la grandissima fortuna di entrare con prepotenza in quello splendido e fantastico mondo dell’apicoltura. 

Duemila anni or sono nell’antico Egitto si praticasse lo “strofinamento” di veleno d’api su parti dolenti del corpo quale rimedio al dolore stesso. Nel succedersi degli anni trattamenti similari vennero poi descritti da Plinio il Vecchio, Galeno, Carlo Magno, fino a che nel 1864 non fu pubblicato il primo trattato relativo agli studi clinici eseguiti sull’impiego del veleno d’api nel trattamento delle affezioni reumatiche. Fu tuttavia soltanto ai primi del Novecento che l’apiterapia iniziò a diffondersi rapidamente in Europa ed in seguito anche in America. Questa terapia che sembrava avere del “ miracoloso” conobbe però nel giro di qualche anno un inaspettato declino dovuto principalmente al fatto che in essa furono riversate eccessive Da allora di anni ne son passati, molti capelli se ne son purtroppo andati e per giunta quei pochi che son rimasti si sono pure ingrigiti, la mia “ bramosia” di “colpir di bisturi” si è nel tempo affievolita, mentre si è andata via via  accrescendo in me quella meravigliosa virtù che nei più “adulti” viene chiamata saggezza. Sarà forse stato proprio quel pizzico di saggezza in più a riportarmi in mente la storia della mia zia Ivana e del suo dito a scatto, curato con veleno d’api, ed a stuzzicare le mie voglie di approfondire l’argomento. Così iniziai a sfogliare riviste scientifiche che mi aiutarono a scoprire che              le conoscenze riguardo alle proprietà curative del veleno d’api hanno origini lontanissime, il ritrovamento di alcuni manoscritti, su papiro, attesta che già aspettative e che proprio a causa di quest’ultime il trattamento veniva impiegato anche per patologie per le quali non esisteva una corretta indicazione terapeutica vanificandone di fatto l’efficacia. 

Attualmente possiamo affermare che questa metodologia terapeutica non può e non deve considerarsi come l’unica via percorribile per il trattamento delle affezioni citate, ma va comunque considerata come una buona integrazione ed un valido coadiuvante del trattamento classico di queste malattie oppure come una importante alternativa in caso di fallimento delle terapie convenzionali. Il veleno  è secreto dalle ghiandole caudali delle api operaie ed è un liquido incolore con un forte odore caratteristico. Per l’ottantacinque per cento è composto da acqua e per il quindici per cento da sostanze secche farmacologicamente attive; tali sostanze sono rappresentate da un insieme di enzimi, peptidi e proteine, zuccheri, fosfolipidi ed alcune componenti volatili che ne determinano il caratteristico odore. Fra tutte queste componenti troviamo:

1.  sostanze a basso peso molecolare  come istamina, dopamina, norepinefrina, oligopeptidi, fosfolipidi, carboidrati e aminoacidi;

2.  sostanze ad alto peso molecolare  principalmente enzimi quali le fosfolipasi, la ialuronidasi e la glicosidasi;

3.   peptidi  mellitina, apamina, peptide degranulante i mastociti, secapina, tertiapina, procamina ed un inibitore delle proteasi.

Istamina, norepinefrina (sono sostanze vasoattive provocano vasodilatazione con comparsa di rossore e calore ) e  dopamina (neurotrasmettitore ) sono presenti in grande quantità, anche se il 50% dell’estratto secco è rappresentato dalla mellitina una sostanza in grado di provocare la disgregazione delle membrane cellulari ( coadiuvata dall’azione delle fosfolipasi enzimi che digeriscono i grassi presenti nelle membrane) con conseguente liberazione, da parte delle cellule danneggiate, di sostanze come l’istamina responsabili della insorgenza dello stimolo “infiammatorio – doloroso”, della comparsa dell’edema ( gonfiore ), di un ulteriore aumento dell’afflusso di sangue per vasodilatazione ( rossore e calore) mentre le ialuronidasi “sciogliendo” il tessuto connettivale facilitano la diffusione del veleno nello spazio intercellulare. Altre sostanze proteiche presenti nel veleno hanno invece un’azione antigenica ossia stimolano la produzione di anticorpi da parte del sistema immunitario; il veleno d’api possiede anche un’ azione antinfiammatoria da ricondurre alla mellitina, sostanza in grado, fra l’altro, di stimolare un aumento della produzione del cortisolo endogeno ( cortisone ) ormone con forte azione antinfiammatoria, ma anche in grado di produrre un aumento della glicemia nel sangue, questo è il motivo per cui nel diabetico è controindicata l’apiterapia; l’uso del veleno è inoltre controindicato in pazienti con ipertensione arteriosa che assumono farmaci beta bloccanti; in pazienti con insufficienza renale ed in pazienti cardiopatici gravi. Oltre alla attività antinfiammatoria al veleno d’api vengono riconosciute proprietà batteriostatiche ( blocca la crescita batterica), battericide ( provoca la morte dei batteri ). 

Le principali patologie che beneficiano positivamente del trattamento con veleno d’api sono:   

·       patologie reumatiche: come l’artrite reumatoide, che sono malattie sistemiche ( interessano l’intero organismo) e sono causate dalla formazione di autoanticorpi, ossia anticorpi che aggrediscono componenti del proprio organismo come tendini, cartilagini, tessuti sinoviali articolari od organi interni;

·       l’artrosi: ( processo degenerativo a carico delle cartilagini articolari ) delle grandi e piccole articolazioni;

·       le tendiniti: infiammazioni dei tendini come per esempio il dito a scatto o il gomito del tennista;

·       lombalgia, cervicalgia: infiammazioni dell’apparato “muscolare – tendineo” paravertebrale che possono insorgere a seguito di un’artrosi della stessa colonna vertebrale, a traumi distorsivi ( per esempio il colpo di frusta ) e/o a carichi di lavoro eccessivi eseguiti in posizioni scorrette;

·       neuropatie periferiche: per esempio la sindrome del canale carpale;

·       la sclerosi multipla: l’impiego dell’apiterapia per il trattamento di questa patologia è ancora in fase di studio, pare tuttavia che il trattamento prolungato produca benefici come la stabilizzazione della stessa malattia, la sensazione di un minor senso di stanchezza a carico dell’ammalato ed una relativa minor insorgenza di spasmi muscolari; 

·       cheloidi : ( cicatrici ispessite ed esuberanti ) l’iniezione di veleno d’api nel tessuto cicatriziale produce un assottigliamento della cicatrice migliorandone anche l’aspetto estetico attraverso la modificazione del colore discromico che spesso le caratterizza.  

Esistono sostanzialmente due metodologie attraverso le quali praticare l’apiterapia una prevede l’utilizzo di una pinza chirurgica con la quale si preleva l’ape portandola in prossimità del distretto corporeo in cui si desidera procurare l’inoculazione del veleno ed appoggiando la “coda” alla cute si provoca la puntura da parte dell’ape con la conseguente morte della stessa. Personalmente, in quanto medico per vocazione ma apicoltore per passione, ritengo che questa metodologia sia una pratica “ rozza e barbarica “ non rispettosa della “dignità” dell’ape, inoltre con questa metodica non è possibile dosare la corretta quantità di veleno, da intendersi come quantità di sostanza farmacologicamente attiva, che si inietta nel paziente; infatti ogni puntura comporta la secrezione di una dose di veleno molto variabile  compresa fra 0,1 e 0,5 milligrammi. La seconda metodologia prevede la preparazione di “apitossina” direttamente in laboratorio; si produce una lieve differenza di potenziale elettrico su di una membrana sottilissima, introdotta nell’arnia, sulla quale si trovano le api che  vengono così indotte a rispondere con una puntura, la tossina secreta passa attraverso la membrana e viene raccolta e successivamente trattata in laboratorio, questa metodica non comporta il sacrificio dell’ape e permette  di preparare fiale contenenti una quantità di veleno liofilizzato perfettamente dosata. Il farmaco che se ne ricava viene poi somministrato con iniezione praticata per via intradermica e/o sottocutanea direttamente sui “ trigger point”  ( punti in cui è localizzato il dolore ) o in alcuni punti utilizzati anche nella pratica dell’agopuntura. Una volta iniettata la tossina produce reazioni che sono variabili da individuo ad individuo e vanno da un forte dolore accompagnato da rossore e calore con possibilità di comparsa di edema ( gonfiore ) localizzato nella sede di inoculo e/o esteso a tutto l’arto fino alla comparsa di dolori diffusi e generalizzati a tutte le articolazioni. A tali sintomatologie si può anche associare un senso di spossatezza, nausea e cefalea; questi “effetti collaterali” non comportano comunque ne un ostacolo ne una controindicazione al trattamento.  Nei casi più gravi,  fortunatamente estremamente rari, in soggetti allergici ( si calcola una persona su centomila ) la somministrazione dell’apitossina può provocare una importante reazione sistemica con comparsa di shock anafilattico che se non trattato con urgenza e corretta competenza può portare alla morte del paziente. Questo è il motivo per cui è bene che la pratica dell’apiterapia venga sempre e comunque esercitata da personale medico.                                                                                                                                     

Concludendo la storia della zia Ivana possiamo affermare che l’apiterapia è senz’altro da considerarsi una valida metodica sia di supporto che in alternativa alle pratiche mediche convenzionali in uso per il trattamento delle patologie sopra elencate, (qualora queste ultime si siano rivelate inadeguate), purché esercitata con sapienza e buon equilibrio. Il giusto equilibrio, nella pratica medica, è quello che dobbiamo sempre ricercare per evitare che  ad ogni nostra azione non ne segua una uguale e contraria in grado di provocare effetti dannosi per la salute del paziente; il giusto equilibrio è quello che dobbiamo impegnarci a ricercare nel dare la corretta indicazione all’utilizzo clinico dell’apiterapia  perché la stessa possa rivelarsi un utile risorsa nel trattamento medico senza trasformarsi in una pratica di alta “stregoneria” in grado di provocare benefici irrisori se non addirittura danni importanti al malato che abbiamo deciso di sottoporre a questo tipo di cura. Il giusto equilibrio, guarda caso, è anche quello che dobbiamo sempre ricercare nello svolgimento della nostra pratica apistica, perché ancora una volta le api ci insegnano che il nostro “benessere” non può prescindere dal loro “benessere”.

Maurizio Ghezzi



                                




domenica 11 gennaio 2026

MORTALITA' INVERNALE DELLE COLONIE DI API

La mortalità delle famiglie d’api, nel periodo invernale, è, non lo si può negare, un fenomeno che riguarda noi apicoltori da molto vicino e che ormai da diverso tempo è, altresì, fonte di una delle nostre più grandi preoccupazioni. Statisticamente si calcola che ogni inverno soccomba un numero di colonie pari circa al 20/30% di quelle che gestiamo, e questo è un numero decisamente preoccupante che, oltre ad arrecare un danno economico riguardevole, mette a rischio sia la produzione apistica sia l’equilibrio della biodiversità.

Questo alto tasso di mortalità invernale delle nostre colonie è spesso dovuto a una combinazione di fattori concomitanti quali quello sanitario, nutrizionale, climatico e ambientale. Tuttavia, a mio modesto parere, attuando delle misure di prevenzione, capaci di rinforzare la resilienza delle colonie, tale rischio elevato di mortalità potrebbe ridursi in maniera abbastanza significativa.

Una misura preventiva assolutamente importare, da attuare durante tutto l’arco della stagione, è rappresentata dal controllo del tasso di infestazione da varroa, poiché questo parassita rimane indubbiamente una delle principali cause a cui è legata la mortalità delle famiglie d’api. Una sua abbondante presenza rende più fragili le operaie favorendo, inoltre, all’interno del nido la trasmissione di diverse patologie di origine virale e funginea. Un sistematico controllo del livello di acariosi, svolto durante tutto l’arco della stagione, fatto mediante la conta della caduta di varroe sul piatto del fondo dell’alveare e/o attraverso l’utilizzo di “Varroa Easy Check”, ci consente di aggiustare la strategia, i tempi e le modalità dei trattamenti permettendoci di contenere la parassitosi sempre a livelli che siano al di sotto della soglia di rischio cosa, questa, che favorisce la nascita di api invernali sane, robuste, più longeve, ben nutrite, libere da varroa e virosi associate, con maggiori scorte proteiche, lipidiche e di vitellogenina all’interno del proprio corpo grasso così che esse possano con facilità formare e mantenere il glomere invernale garantendo quella perfetta omeostasi termica che consente alla colonia di poter giungere senza problemi alla successiva primavera.


 

Un altro fattore che gioca un ruolo fondamentale nel mantenere in piena forma le nostre famiglie, in modo tale che possano godere di un invernamento ottimale, è rappresentato da una corretta nutrizione sia essa di supporto che, a maggior ragione, di soccorso. Se è vero che fino a non molti anni fa parlare di nutrizione delle api rappresentava una “ripugnante” eresia, la pratica apistica dei nostri giorni non può prescindere da questa tecnica gestionale dell’alveare. Pensare che avere arnie piene di scorte voglia anche significare avere api in salute è un grossolano errore, infatti, non è così! Paradossalmente, purtroppo, la quantità non equivale alla qualità e ciò fa sì che avere un’abbondanza di scorte alimentari di scarsa qualità nutraceutica comporti l’insorgenza di un deficit nutrizionale responsabile, a sua volta, di un pericoloso effetto domino che può compromettere la salute dell'intera colonia.

Stiamo attraversando un periodo in cui le nostre infaticabili operaie alate sono costrette ad affrontare sfide sempre più complesse rappresentate da stress ecosistemico e nutrizionale, da infestazioni parassitarie, da infezioni virali e funginee e da esposizione a numerosi inquinanti ambientali (pesticidi, erbicidi, insetticidi, fungicidi e molto altro ancora). A questo “nefasto” contesto, come se non bastasse, vi è da aggiungere l’importanza che riveste il cambiamento climatico nel rompere l’equilibrio tra api e risorse floreali, riducendo sia la quantità sia la qualità del cibo disponibile e aumentando al contempo le richieste energetiche della colonia.

Ridotte  fonti di pascolo, spesso presenti per periodi più limitati nell’arco della stagione, contribuiscono a determinare l’insorgenza di uno stato carenziale proteico ed energetico capace di compromettere la salute e la produttività di intere colonie.

A tutto ciò vanno poi aggiunti i danni che creano alla biodiversità ambientale le grandi distese agricole che sottraggono alla natura territori ricchi di diversità biologica trasformandoli in sconfinate estensioni di monocolture che impoveriscono la varietà ecosistemica dell’habitat e riducono la possibilità di avere a disposizione polline diversificato condizione, questa, che influisce direttamente sulla longevità delle api e sulla capacità, da parte delle stesse, di poter produrre una gelatina reale di gran qualità. Infatti, il polline è una ricca fonte di aminoacidi essenziali, presenti in concentrazioni numericamente e qualitativamente differenti nelle diverse specie polliniche, tutti, in egual misura, indispensabili all’organismo dell’ape per la sintesi di proteine ad azione antimicrobica. Una ridotta varietà pollinica a disposizione delle nostre api si traduce, quindi, con un impoverimento dell’espressione dei geni del sistema immunitario, una riduzione della capacità di produrre enzimi antiossidanti, una disbiosi intestinale  e un conseguente indebolimento del sistema immunitario sia a carico dell’immunità individuale capace di difendere il singolo individuo grazie alla presenza di barriere fisiche performanti, di una buona risposta antimicrobica esercitata dagli emociti, di una buona risposta umorale che garantisce la produzione di sostanze antimicrobiche e alla presenza di sistemi enzimatici ad azione detossificante; sia attraverso l’immunità sociale (comportamento igienico, grooming, importazione di propoli, termoregolazione) .

Fatte queste considerazioni risulta più semplice comprendere come in un tale contesto la nutrizione rappresenti un valore fondamentale sul quale si regge la salute dell'intera famiglia divenendo così, nell’apicoltura moderna, non solo un aiuto occasionale ma un vero e proprio strumento di gestione sanitaria e produttiva che permette di compensare la perdita di biodiversità, rafforzare la salute delle api, prevenire le malattie e mantenere la produttività delle colonie in un ambiente sempre più povero di risorse naturali.

Un’ultima pratica, secondo il mio “umile” parere, che assume una fondamentale importanza nel ridurre la mortalità invernale delle nostre famiglie è rappresentata dal mettere a loro disposizione un arnia a basso “consumo energetico” della quale vi ho già parlato in un mio precedente articolo. Questo nuovo modello “concettuale” di alveare è uno strumento che aiuta le api a sopravvivere meglio durante l’inverno, poiché impedendo la dispersione di calore facilita la conservazione, all’interno del nido, del caldo prodotto dal glomere contribuendo altresì a mantenere stabile l’omeostasi termica e igroscopica nell’ambiente.  Tutto ciò si traduce con un minor dispendio energetico da parte delle api, cosa che a sua volta comporta una sensibile riduzione del consumo delle scorte, una diminuzione dei processi ossidativi e un conseguente aumento della longevità delle api stesse.

Per concludere potremmo dire che il saper mettere in atto un insieme ponderato di pratiche e di tecniche apistiche è alla base di quel saggio “cocktail” che, se assaporato e gustato con sobria eleganza, ci permette di raggiungere quel senso di anelata euforia capace di tradursi in una sana intensa e momentanea reazione di profonda gioia e di grande entusiasmo che ci pervade ogni qualvolta che all’inizio della nuova primavera vediamo le nostre famiglie risvegliarsi dal torpore invernale e correrci incontro baldanzose ringraziandoci per quel nostro piccolo gesto d’amore che ha permesso loro di svernare in una dolce e tiepida armonia.

 

Ricordo che vi è ancora la possibilità di potersi iscrivere al corso base di apicoltura dell'UNITRE di MEDA che si terrà nei giorni 13/20/27 febbraio e 6 marzo presso la sede dell'UniTre in Via Cialdini 138 a Meda dalle ore 15,00 alle ore 17,00. Per iscrizione contattare segreteria@unitremeda.it

e al corso base di apicoltura che si terrà presso la Biblioteca Comunale di Costa Masnaga (LC) nei giorni 7/14/21/28 di febbraio dalle ore 09,30 alle ore 12,00. La partecipazione al corso è gratuita. Per iscrizioni contattare: biblioteca@comune.costamasnaga.lc.it
 



 

sabato 10 gennaio 2026

APICOLTURA URBANA

 

In questo articolo vorrei parlarvi dell’apicoltura urbana, una pratica che offre una grande opportunità per le gente di “città”, ossia, quella di approcciarsi in modo positivo all’ambiente in cui vive. Allo stesso tempo questa pratica si rivela essere un prezioso strumento educativo, un utile mezzo per valorizzare la biodiversità urbana e un valido impulso capace di stimolare una mobilizzazione collettiva verso la creazione di un habitat migliore e più salubre.

Perché tutto ciò si verifichi è necessario, però, che venga promossa una visione esemplare di quel che rappresenta l’apicoltura urbana, ovvero una visione che sottolinei come tale attività debba essere svolta in maniera rispettosa del contesto ecologico cittadino e che, allo stesso tempo, venga attuata in modo socialmente responsabile.

Quale indiscusso simbolo di una invidiabile capacità di cooperazione, e sicuramente nelle vesti di ambasciatrice del mondo degli insetti, l’ape, per queste sue peculiari caratteristiche, da migliaia di anni suscita l’interesse e la curiosità dell’uomo nei suoi confronti. Ai nostri giorni essa richiama l’attenzione sia dei più piccoli che dei grandi promuovendo riunioni e discussioni su quelle che sono le problematiche ambientali e alimentari del nostro tempo. A tutto questo va sicuramente aggiunto il fatto che la presenza delle api nel contesto urbano è capace di stimolare l’interesse degli abitanti verso la comprensione e lo studio della biologia degli insetti impollinatori e la loro importanza nella conservazione della biodiversità e dell’ecosistema urbano. Sulla base di queste considerazioni si comprende come l’obiettivo dell’apicoltura urbana non sia quello di salvare le api da un declino mondiale installando alveari nelle città e nemmeno quello di corrispondere a una crescente richiesta, da parte dei consumatori, di mieli di città ma, come si intuisce, lo scopo di questa pratica, seguendo un principio più nobile, va ben oltre a queste aspettative.

Per incentivare tale attività e fare in modo che essa possa raggiungere il maggior numero possibile di persone sarebbe fondamentale che le amministrazioni comunali manifestassero la volontà di creare spazi, nei parchi pubblici, da dedicare alla installazione di apiari dimostrativi ed educativi, strutture capaci di raggiungere una gran parte della popolazione che potrebbe così, verificando con mano l’importanza della biodiversità, approcciarsi in maniera “alternativa” a un nuovo modo di entrare in contatto con la natura.

A tutti questi aspetti positivi, per contro, non va dimenticato il fatto che l’introduzione di nuove specie nel già fragile ecosistema urbano rappresenta comunque un intervento da compiere con le dovute cautele nel rispetto degli insetti pollinizzatori “indigeni” che rivestono un ruolo cruciale all’interno dell’ecosistema cittadino e che, purtroppo, sono anch’essi  assoggettati a un declino assai importante quanto quello delle nostre api. È per questo motivo che l’introduzione di famiglie d’api nella città non può non prescindere dalla valutazione della più o meno buona capacità dell’habitat comunale di poter garantire un adeguato pascolo a un numero crescente di colonie di api domestiche e allo stesso tempo anche alle popolazioni di insetti pronubi locali. Non va nemmeno scordata la possibilità che esista un rischio di trasmissione di nuovi agenti patogeni dalle popolazioni di api domestiche introdotte in città agli impollinatori “urbani” e viceversa. Per far fronte a queste problematiche sarebbe importante introdurre uno sviluppo progressivo, ragionato e responsabile dell’apicoltura in un ambiente urbano monitorando l’impatto sulle capacità di supporto e sulle dinamiche competitive che si vengono a creare fra api e insetti impollinatori cittadini e promuovendo un miglioramento dell’habitat civico attraverso l’introduzione di nuovi spazi verdi e di nuova vegetazione con importante valenza nettarifera.

Fatte queste considerazioni è altrettanto importante ricordare che l’apicoltura è una disciplina complessa che non va sottovalutata e nemmeno presa alla leggera e che per tale motivo necessita di un investimento sia in tempo, in energie e in risorse finanziarie da parte

delle future apicoltrici e futuri apicoltori. È questo il motivo per cui ritengo che prima di intraprendere tale attività le persone debbano aver ricevuto un’adeguata formazione e maturato, a fianco di un apicoltore più esperto, una sufficiente esperienza. Una condotta irresponsabile nella pratica apistica può, infatti, portare a differenti situazioni indesiderate come, per esempio, l’indebolimento delle colonie gestite fin anche alla loro perdita, l’insorgenza di sciamature e/o lo scatenarsi di saccheggi; al contrario una gestione responsabile dei propri alveari oltre che aprire la strada verso il benessere delle famiglie allevate è anche la base per una coabitazione in armonia con il vicinato e i cittadini che frequentano la zona dell’apiario.

Una buona formazione permette anche ai “novelli” apicoltori urbani di riuscire a mantenere una rigorosa gestione sanitaria dei propri alveari impedendo il diffondersi di eventuali patologie consentendo loro, inoltre, di assicurare un habitat ideale alle proprie api seminando e piantumando lo spazio di pertinenza dell’apiario con arbusti e piante che possiedano fioriture ad alta capacità mellifera.

Per un buon rapporto con gli abitanti l’apicoltore urbano dovrà, poi, saper governare con assoluta precisione la sciamatura nei propri alveari, adottare dispositivi di salvaguardia per garantire la sicurezza dei cittadini e comunicare con i vicini per sensibilizzarli e rassicurarli.

Concludendo possiamo affermare che l’apicoltura urbana va intesa come uno strumento di educazione e sensibilizzazione piuttosto che come mezzo di marketing “verde”, per questo penso sia corretto incoraggiare le persone che si dedicano a tale attività ad avere un grande senso di condivisione garantendo la massima trasparenza possibile nella conduzione della loro pratica apistica cittadina.


Ricordo la possibilità di potersi iscrivere al corso base di apicoltura che si terrà il prossimo febbraio presso l'UNITRE di Meda e/o presso la Biblioteca Comunale di Costa Masnaga. Ultimi posti disponibili.







 

 

 

 

 

 



venerdì 9 gennaio 2026

FIORI PER LE API

 

Per allevare api bisogna conoscere le api, conoscere le api significa anche e non solo sapere quali siano le specie botaniche a loro più utili e più gradite. Sulla base di questa conoscenza potremo così “arredare” i nostri apiari, i nostri giardini e/o i nostri terrazzi con una multi variegata rappresentanza floreale in grado di sostenere le nostre famiglie lungo tutto l’arco della stagione. Fortunatamente, in Italia esistono più di 8.000 specie vegetali differenti fra loro cosa, questa, che ci rende il paese con la più variopinta ricchezza botanica di tutta Europa. Fra queste 8.000 differenti specie più del 75% di esse necessita di esser impollinata da insetti pronubi e, a questo proposito, non dobbiamo dimenticare che l’ape è l’insetto polilettico per eccellenza ossia è un insetto pronube estremamente adattabile e ciò lo rende capace di visitare tantissimi tipi di piante che presentano fra loro svariate diversità di struttura dei propri fiori. Tuttavia, ciò non toglie il fatto che anche le api, come ciascuno di noi, abbiano i propri gusti e questo fa sì che esse prediligano bottinare su alcune fioriture piuttosto che su altre.

Sono poche ma essenziali le caratteristiche che le piante devono possedere per risultare particolarmente attrattive per le nostre api: esse, infatti, prediligono specie autoctone in quanto si sono evolute in quell’ambiente assieme a loro, questo fa sì che i loro cicli biologici siano sincronizzati con quelli degli stessi insetti che vivono e frequentano quel territorio; in secondo luogo esse prediligono piante capaci di fornire buone quantità di polline e nettare indispensabili al fabbisogno proteico ed energetico della famiglia; inoltre, tali piante devono assicurare fioriture prolungate poiché l’attività delle api va da febbraio/marzo fino a ottobre/novembre quindi il loro ambiente ideale, in cui poter vivere serenamente, deve possedere specie botaniche che garantiscano fioriture lungo tutto l’arco di tale periodo.


Fra questa molteplicità di fioriture grande importanza rivestono gli alberi, gli arbusti e/o le piante erbacee precoci poiché in grado di fornire nutrimento quando le api si risvegliano dal periodo invernale e hanno le scorte quasi esaurite avendo così necessità di reperire cibo in breve tempo e in abbondante quantità, allo stesso modo acquisiscono fondamentale importanza anche le varietà botaniche con fioritura tardiva che rappresentano l’ultima risorsa per accumulare scorte di cibo indispensabili al riposo invernale. Un altro fattore non trascurabile è rappresentato dalla necessità che i fiori delle piante e/o degli arbusti di interesse apistico abbiano strutture semplici, poiché, come detto, nonostante le api sappiano visitare una grande varietà di fiori, esse prediligono quelli con strutture semplici ossia con corolle aperte in cui sia il nettare sia il polline siano facilmente raggiungibili. Infine, non dimentichiamo come anche i colori e i profumi dei fiori rivestano grande importanza; sappiamo, infatti, molto bene come le api siano attratte particolarmente da alcuni tipi di colore quali il giallo, il blue, il porpora, il violetto e l’ultravioletto, quest’ultimo non percepibile dall’occhio umano.

Per riallacciarmi a quanto detto in precedenza vorrei elencare alcune specie botaniche di interesse apistico a fioritura precoce come per esempio: il nocciolo, che con i suoi fiori maschili offre all’ape un’abbondante quantità di polline in un periodo in  cui le scorte all’interno del nido si sono assottigliate nonostante, proprio di questi tempi, vi sia all’interno dell’alveare, un grande bisogno di riserve proteiche per alimentare la covata in iniziale e progressiva crescita; il corniolo, grande fornitore sia di polline sia di nettare, arbusto che presenta un abbondante fioritura gialla che compare prima dell’emissione delle foglie; il calicanto, pianta di origine orientale però con fioritura molto precoce (gennaio/marzo); il laurotino, specie sempre verde che fiorisce da novembre a marzo e che, di conseguenza, per tutto il periodo invernale mette a disposizione delle api polline e nettare e infine ricordo, fra le specie a fioritura precoce, anche il prugnolo e tutti i pruni (mandorlo, pesco etc).

Con il proseguo della stagione la natura elargirà altre provvide fioriture quali quelle del ciliegio, una rosacea, che fiorisce ad aprile; del sanguinello, parente del corniolo che fiorisce in maggio risultando altresì un ottimo dispensatore di nettare e polline; del tiglio uno degli alberi melliferi per eccellenza molto diffuso nelle città dove spesso rappresenta la specie più utilizzata per l’alberatura delle strade e dei viali. Esso, inoltre, verso giugno/luglio viene infestato da afidi, fortunatamente innocui per la sua salute, ma grandi produttori di melata: quel liquido zuccherino particolarmente gradito e bottinato dalle api soprattutto in assenza di altre fioriture. Ancora non possiamo dimenticare il caprifoglio con la sua abbondante fioritura che inizia a maggio e prosegue fino a settembre e il ligustro con un abbondante e profumata fioritura che va da maggio fino a luglio.

Altri arbusti attrattivi per le api sono: la spirea, una rosacea, che fiorisce da maggio a settembre, essa è molto ricercata dalle nostre infaticabili operaie alate sia per il nettare sia per il polline; il melograno, che fiorisce fra maggio e giugno; la budleia (fioritura giugno/ottobre) o albero delle farfalle perché è molto visitato anche e soprattutto dalle farfalle; infine ricordo l’edera, il corbezzolo e il grano saraceno che fioriscono fra ottobre e novembre, fioriture preziosissime per le api poiché fonte di pregiato nettare e di importante polline da stivare nel nido prima dell’arrivo dell’inverno.

Oltre ad alberi e ad arbusti esistono tutta una serie di piante erbacee annuali, biennali e perenni che rivestono un importante ruolo quali preziose fornitrici di nettare e polline come le asteracee, le lamiacee, le rosacee, le leguminose e le borraginacee. Grande importanza l’hanno anche le piante aromatiche (appartenenti quasi tutte alle labiacee e alle ombrellifere) perché sono piante perenni, hanno un’elevata rusticità e poche esigenze, garantiscono un buon effetto ornamentale, sono ricche di nettare, possiedono abbondanti e prolungate fioriture, emanano piacevoli essenze e sono, fra l’altro, anche utili sia per uso culinario che terapeutico.

Fra le specie annuali ricordiamo: il fiordaliso (fioritura maggio/luglio) buon fornitore di nettare e polline, il papavero che dona alle api buone quantità di polline, la borragine che fiorisce da aprile a settembre ed è una buona dispensatrice sia di nettare sia di polline, la facelia (pianta non autoctona e annuale) ottima nettarifera che fiorisce da giugno ad agosto. L’erba viperina è un’erba biennale che fiorisce con spighe di color blue da marzo a settembre. L’erica erbacea fiorisce molto presto (febbraio/maggio) e dona alle nostre api abbondanti quantità di nettare; il tarassaco, erbacea perenne che fiorisce da marzo a settembre, la calendula che con la sua fioritura ininterrotta da febbraio fino a ottobre risulta preziosa elargitrice di polline. Il trifoglio rosso (aprile settembre) e la lupinella (maggio/agosto) sono due leguminose molto rappresentate nei prati fioriti e ottime per la produzione di nettare e polline, la scabiosa che può essere utilizzata anche per abbellimento delle bordure poiché presenta un’inflorescenza che genera grande volume e che fiorisce da giugno a ottobre, infine, ricordiamo gli aster molto importanti per la loro fioritura tardiva (agosto/novembre) ottimi fornitori di nettare e polline. Anche alcune bulbose a fioritura precoce quali per esempio il crocus, il narciso, l’elleboro etc. si rivelano essere preziose elargitrici di polline in un periodo assai prossimo alla ripresa stagionale.

Aiutiamo le nostre api, sosteniamole, adorniamo il nostro apiario di variegate specie botaniche in grado di garantire una prolungata e continua fioritura durante tutto il periodo stagionale, esse ringrazieranno e sapranno dimostrarci come una goccia di nettare e un pizzico di polline siano, a loro, sempre più graditi rispetto a un panetto di candito piuttosto che ad un’improbabile “tazza” di dolce sciroppo!

Ricordo a febbraio 2026 i corsi di apicoltura che si terranno presso l'UNITRE di Meda e presso la biblioteca comunale di Costa Masnaga. Le iscrizioni sono aperte e vi sono ancora pochi posti per poter partecipare.


 

lunedì 22 dicembre 2025

NOSEMA CERANAE

 

Dicembre un periodo di “dolce far niente” per noi apicoltori visto che i gravosi impegni e gli importanti carichi di lavoro sopportati durante la stagione in questo periodo si riducono fin quasi a scomparire regalandoci un momento di meritato riposo e, perché no, anche del tempo per dedicarci alla riflessione. Ed è proprio in base a quest’ultima considerazione che vorrei disquisire assieme a voi a proposito di una analisi riguardante una parassitosi sempre più frequentemente presente nei nostri alveari e che sta provocando, oltre che a ingenti danni, la perdita di un gran numero di famiglie a noi sagaci custodi della api. Quale? Quella provocata dal Nosema Ceranae.

Come tutti ormai ben sappiamo per riuscire a diagnosticare un’eventuale patologia a carico di una famiglia d’api occorre valutare correttamente i sintomi presentati dalla stessa e dalle api che la compongono, sintomi che, spesso e purtroppo, rappresentano  una manifestazione assai tardiva della patologia in essere, ossia si rivelano solo quando questa è presente già in uno stadio molto avanzato. Nel caso specifico di un’infezione indotta da Nosema Ceranae la possibilità di eseguire una corretta ed esatta valutazione dei sintomi in tempi precoci risulta essere una procedura assai difficile se non impossibile da eseguire. Perché?  Perché, purtroppo, tale patologia rimane asintomatica fino al suo esito finale: “lo spopolamento dell’alveare”.

Una volta valutati i sintomi, sulla base degli stessi, occorre formulare  delle ipotesi diagnostiche che ci consentano di porre diagnosi del tipo di patologia da cui essi derivano.

Quindi, si dovrà cercare conferma dell’ipotesi fatta attraverso indagini di laboratorio (analisi istopatologica eseguita sulle api e/o sui cadaveri delle stesse prelevati dall’alveare); solo in seguito a ciò potremo fare delle previsioni  sulla possibile evoluzione della malattia per poter così intervenire con i corretti medicamenti (esempio farmaci antivarroa piuttosto che antifunginei e/o altro ancora).

Recentemente, però, si sta sempre più diffondendo una nuova modalità di approccio alla cura e alla prevenzione delle malattie che colpiscono l’alveare: essa consiste nella ricerca, attraverso test di laboratorio, di eventuali patogeni radicati all’interno della colonia prima ancora che si manifestino i sintomi della malattia indotta dagli stessi germi.  Una volta identificati gli agenti patogeni presenti nella famiglia d’api bisognerà valutare il rischio a cui la presenza degli stessi sottopone la colonia e conseguentemente agire con la somministrazione, piuttosto che di farmaci, di alimenti complementari in grado di stimolare e fortificare il sistema immunitario delle api che compongono quella colonia. Tali sostanze devono rinforzare l’attivazione dell’immunità senza stimolarla in maniera eccessiva per non correre il rischio che un sistema immunitario esageratamente attivato anziché produrre un effetto benefico non induca alla comparsa di effetti collaterali non desiderati.

Sulla scia di queste considerazioni , avendo avuto la fortuna di seguire un seminario del Professor Gilles Grosmond medico veterinario e apicoltore con competenze approfondite nell’ambito della omeopatia, fitoterapia e aromaterapia, sono venuto a conoscenza di un alimento complementare da lui elaborato e sperimentato per circa una decina di anni, alimento che promette di contrastare con grande vigore, attraverso la stimolazione del sistema immunitario e l’ottimizzazione della composizione del  microbiota intestinale delle api, l’infestazione da nosema ceranae e le relative virosi da esso indotte.

Il Nosema Ceranae è un parassita intestinale unicellulare appartenente alla categoria dei miceti, esso si caratterizza in modo specifico per la presenza di un doppio nucleo e l’assenza totale di strutture intracellulari, in particolar modo di mitocondri, ciò lo rende un parassita obbligato cioè non in grado di moltiplicarsi da solo e di vivere in autonomia. Questo micete penetra all’interno delle cellule intestinali dell’ape dove inizia a riprodursi e a generare delle spore che andranno a dislocarsi all’interno del lume del tubo digerente dell’ape. Il parassita va a colonizzare la parte posteriore dell’intestino dell’ape provocando, a tale livello, estese lesioni cellulari. Il Nosema Ceranae, poiché  privo di strutture mitocondriali, avrà bisogno di trovare zuccheri al fine di recuperare l’energia indispensabile alla sua sopravvivenza e alla sua riproduzione e ciò lo porterà a predare lo zucchero presente negli enterociti (cellule intestinali) e nelle cellule che costituiscono l’emolinfa (sangue) delle api, la conseguenza di questo processo di “predazione” si traduce con l’incapacità da parte dell’ape di utilizzare come nutrimento indispensabile per generare energia, fondamentale al suo sostentamento e alla sua sopravvivenza, gli zuccheri da lei stessa raccolti. L’infezione provoca una continua e costante sottrazione di zuccheri che si traduce per le api estive con una diminuzione di performance, una diminuzione di longevità (l’aspettativa di vita delle api infette si riduce così da 40/45 giorni a una trentina di giorni) e un passaggio prematuro dallo stato di ape operaia che svolge i suoi compiti all’interno del nido allo stato di bottinatrice. Tutto ciò comporta la presenza di effetti deleteri per la famiglia, ma quel che è peggio è che tali effetti avvengono senza che vi sia una concomitante presenza di una chiara e ben identificabile sintomatologia. Questa condizione rende la nosemiasi difficilmente identificabile particolarmente da parte di apicoltori che non abbiano ancora una pluriennale esperienza in tale disciplina.

Recentemente si è, inoltre, dimostrato come all’aumentare della longevità delle api aumenti anche l’infestazione da Nosema e ciò comporta, anche a carico delle api invernali, un passaggio prematuro dallo stato di api nutrici a quello di bottinatrici con conseguente diminuzione dell’aspettativa di vita, quindi una precoce diminuzione della popolazione e di api nutrici capaci di assistere ai bisogni della covata al momento della sua ripresa. Questo progressivo e inesorabile spopolamento avrà anche come conseguenza l’incapacità da parte delle api residue di mantenere il glomere mentre la  “fame” di zucchero induce le stesse a uscire dal nido per procurarsi cibo ma allo stesso tempo impedisce loro di farvi ritorno poiché destinate a morte certa a causa del freddo clima invernale.

L’insieme di tali fattori concorrono a determinare un forte indebolimento della colonia condizione, questa, che porterà all’instaurarsi di sovrainfezioni da parte di altri patogeni quali, per esempio, i virus (DWV – BQCV – SBV e/o altri ancora) e/o i tripanosomi (Crithidia Mellificae – Lotmaria passim che parassitano l’epitelio intestinale), le quali, associate all’infezione da Nosema porteranno come conseguenza alla morte precoce delle api e al conseguente  spopolamento dell’alveare.

Le infezioni virali si localizzano principalmente nel tessuto nervoso (cervello e antenne CBPV), nei centri della vista (DWV) e/o nelle ghiandole ipofaringee. Esse possono venir trasmesse per via “verticale” attraverso, per esempio, la contaminazione intra- ovarica delle uova oppure attraverso la contaminazione della superficie dell’ovocita che avviene durante il suo passaggio nelle vie genitali e/o a causa della contaminazione degli spermatozoi. Un’altra modalità di trasmissione virale è rappresentata dalla via “orizzontale” come avviene per esempio nel caso della trasmissione dovuta all’azione parassitaria della varroa la quale, da studi recenti, sembra essere più un “moltiplicatore” di virus piuttosto che un diffusore degli stessi, oppure come avviene durante la trofallassi, la frequentazione dei fiori e/o le condotte igieniche quali il grooming.

Attualmente, secondo recenti studi, possiamo considerare  che circa il 75% degli alveari manifesti al suo interno la presenza di Nosema Ceranae, quindi, il rischio che le famiglie che gestiamo vengano colpite da tale infezione è sicuramente molto alto e raffigura una complicazione decisamente  importante. Inoltre, come abbiamo detto, la presenza di Nosema Ceranae all’interno dell’alveare espone la famiglia al rischio di contrarre sovrainfezioni virali, e a tal proposito si è valutato che la contemporanea sovrainfezione da parte di 3 categorie differenti di virus rappresenta un fattore di rischio flebile  per un esito di spopolamento e morte della famiglia, da 3 a 6 differenti tipi di virus il rischio diviene elevato, mentre da  6 a 10 diviene molto elevato.

Analisi eseguite su campioni di api vive hanno confermato che anche in colonie asintomatiche si riscontra la presenza di Nosema Ceranae in una  percentuale pari al 75% e la concomita presenza di virus quali, tra i principali: ABPV (virus della paralisi acuta), BQCV (virus della cella reale nera), CBPV (virus della paralisi cronica), DWV e DWV-A (virus delle ali deformi), VdV1 e DWV-B (virus varroa d.), KBV (Kashmir virus), SBV (virus della covata sacciforme) e SBPV (virus della paralisi lenta) oltre alla possibile presenza di tripanosomi come la Crithidia Mellificae e la Lotmaria passim la cui azione patogena a livello degli enterociti viene notevolmente potenziata dalla contemporanea presenza di un infezione da nosema. Analisi batteriologiche condotte su bombi e altri apoidei, prelevati in prossimità di apiari, manifestano la presenza degli stessi patogeni evidenziati nelle colonie d’api presenti nell’apiario e ciò testimonia quanto sia divenuta pericolosa la trasmissione di patogeni per via orizzontale e quanto, per certi versi, essa divenga anche una via di trasmissione “circolare” ossia: da ape ad apoidei e viceversa. Tutto ciò espone le nostre api a un forte rischio di contrarre sempre più frequentemente infezioni che nel tempo potrebbero rivelarsi letali per le nostre famiglie anche se gestite con scrupolosa cura.

Sulla base di queste considerazioni e sull’entusiasmo suscitatomi da quanto appreso nell’ascoltare la lezione divulgativa del Dr. Grosmond ho voluto provare a sperimentare la reale efficacia dell’alimento complementare da lui “progettato”. Il prodotto viene commercializzato con il nome di Bee’ Full Plus ed è stato elaborato al fine di sostenere l’immunità dell’ape migliorandone la sua longevità. Non essendo attualmente disponibile in Italia, l’ho potuto reperire sul sito web francese: “ https://www.naturapi.com “.

Il prodotto è composto da un additivo sensoriale costituito da un insieme di sostanze aromatiche (oli essenziali) fondamentali per la formazione e la stimolazione di peptidi antimicrobici e per il potenziamento della produzione di vitellogenina. La miscela di tali sostanze aromatiche permette, inoltre, di equilibrare la flora intestinale dell’ape, in più la diffusione, attraverso la cuticola delle api, di tali composti olfattivi disturba il ciclo biologico di Varroa Destructor.


In esso si trovano, ancora, un numero importante di oligoelementi come solfato di rame, di zinco, di manganese, di selenio e di ferro, tutte sostanze indispensabili a stimolare, regolamentandola, l’immunità innata dell’ape la quale si manifesta attraverso la produzione di componenti ossidanti antibatterici: la glutatione perossidasi, l’ossido d’azoto e radicali super ossidanti. La presenza di curcuma, sostanza ricca in polifenoli, gli conferisce un forte effetto antiossidante e antinfiammatorio, così come la presenza in esso di gomma arabica, elemento composto da fibre corte, garantisce una ottima stimolazione del microbiota intestinale. L’aggiunta di estratti di alghe marine esercita un effetto positivo sulle cellule del tubo digerente fortificando la barriera intestinale e permettendo un ottimale riassorbimento degli oligoelementi.Le modalità di somministrazione sono semplici e consistono nel miscelare il composto nella proporzione di 12 ml per litro di sciroppo 1 a 1 e successivamente distribuire il prodotto alle nostre api con il dosaggio di 250 ml ogni 48 ore per 4/8 somministrazioni consecutive. Il periodo consigliato per ripartire questo alimento complementare è luglio, subito dopo la rimozione dei melari, ma qualsiasi periodo della stagione, esclusi ovviamente i mesi invernali e il momento della raccolta, è buono per alimentare le nostre famiglie con questo preparato.

Le indicazioni all’utilizzo di Bee’ Full Plus sono quelle di ridurre la mortalità invernale delle famiglie riducendo drasticamente l’infestazione da nosema ceranae e le virosi; di aiutare lo sviluppo delle colonie, particolarmente le più flebili a inizio primavera (in questo caso bastano solamente 3 somministrazioni per non rischiare di innescare una sciamatura precoce); prima della transumanza; per stabilizzare il lavoro di selezione; per fortificare la regina preservando la sua longevità e per rallentare il degrado sanitario delle colonie.

Il prodotto è composto da sostanze naturali, non lascia residui nell’alveare ed eventualmente quei pochi che dovessero rimanere sono costituiti da sostanze del tutto naturali.


   







 



 

VIROSI DELLE API

  Viaggiano disperse nell’etere. Di che cosa si tratta? Di piccole microscopiche particelle che trasportano informazioni genetiche colonizza...