miele e birra
venerdì 30 gennaio 2026
VIROSI DELLE API
mercoledì 21 gennaio 2026
APITOSSINA
Attualmente possiamo affermare
che questa metodologia terapeutica non può e non deve considerarsi come l’unica
via percorribile per il trattamento delle affezioni citate, ma va comunque
considerata come una buona integrazione ed un valido coadiuvante del
trattamento classico di queste malattie oppure come una importante alternativa
in caso di fallimento delle terapie convenzionali. Il veleno è secreto dalle ghiandole caudali delle api
operaie ed è un liquido incolore con un forte odore caratteristico. Per
l’ottantacinque per cento è composto da acqua e per il quindici per cento da
sostanze secche farmacologicamente attive; tali sostanze sono rappresentate da
un insieme di enzimi, peptidi e proteine, zuccheri, fosfolipidi ed alcune
componenti volatili che ne determinano il caratteristico odore. Fra tutte queste
componenti troviamo:
1. sostanze a basso peso molecolare come istamina, dopamina, norepinefrina,
oligopeptidi, fosfolipidi, carboidrati e aminoacidi;
2. sostanze ad alto peso molecolare principalmente enzimi quali le fosfolipasi,
la ialuronidasi e la glicosidasi;
3. peptidi mellitina, apamina, peptide degranulante i
mastociti, secapina, tertiapina, procamina ed un inibitore delle proteasi.
Le principali patologie che
beneficiano positivamente del trattamento con veleno d’api sono:
·
patologie
reumatiche: come l’artrite reumatoide, che sono malattie
sistemiche ( interessano l’intero organismo) e sono causate dalla formazione di
autoanticorpi, ossia anticorpi che aggrediscono componenti del proprio organismo
come tendini, cartilagini, tessuti sinoviali articolari od organi interni;
·
l’artrosi: ( processo
degenerativo a carico delle cartilagini articolari ) delle grandi e piccole
articolazioni;
·
le
tendiniti: infiammazioni dei tendini come per esempio il
dito a scatto o il gomito del tennista;
·
lombalgia,
cervicalgia: infiammazioni dell’apparato “muscolare –
tendineo” paravertebrale che possono insorgere a seguito di un’artrosi della
stessa colonna vertebrale, a traumi distorsivi ( per esempio il colpo di frusta
) e/o a carichi di lavoro eccessivi eseguiti in posizioni scorrette;
·
neuropatie
periferiche: per esempio la sindrome del canale carpale;
·
la
sclerosi multipla: l’impiego dell’apiterapia per il
trattamento di questa patologia è ancora in fase di studio, pare tuttavia che
il trattamento prolungato produca benefici come la stabilizzazione della stessa
malattia, la sensazione di un minor senso di stanchezza a carico dell’ammalato
ed una relativa minor insorgenza di spasmi muscolari;
· cheloidi : ( cicatrici ispessite ed esuberanti ) l’iniezione di veleno d’api nel tessuto cicatriziale produce un assottigliamento della cicatrice migliorandone anche l’aspetto estetico attraverso la modificazione del colore discromico che spesso le caratterizza.
Esistono sostanzialmente due metodologie attraverso le quali praticare l’apiterapia una prevede l’utilizzo di una pinza chirurgica con la quale si preleva l’ape portandola in prossimità del distretto corporeo in cui si desidera procurare l’inoculazione del veleno ed appoggiando la “coda” alla cute si provoca la puntura da parte dell’ape con la conseguente morte della stessa. Personalmente, in quanto medico per vocazione ma apicoltore per passione, ritengo che questa metodologia sia una pratica “ rozza e barbarica “ non rispettosa della “dignità” dell’ape, inoltre con questa metodica non è possibile dosare la corretta quantità di veleno, da intendersi come quantità di sostanza farmacologicamente attiva, che si inietta nel paziente; infatti ogni puntura comporta la secrezione di una dose di veleno molto variabile compresa fra 0,1 e 0,5 milligrammi. La seconda metodologia prevede la preparazione di “apitossina” direttamente in laboratorio; si produce una lieve differenza di potenziale elettrico su di una membrana sottilissima, introdotta nell’arnia, sulla quale si trovano le api che vengono così indotte a rispondere con una puntura, la tossina secreta passa attraverso la membrana e viene raccolta e successivamente trattata in laboratorio, questa metodica non comporta il sacrificio dell’ape e permette di preparare fiale contenenti una quantità di veleno liofilizzato perfettamente dosata. Il farmaco che se ne ricava viene poi somministrato con iniezione praticata per via intradermica e/o sottocutanea direttamente sui “ trigger point” ( punti in cui è localizzato il dolore ) o in alcuni punti utilizzati anche nella pratica dell’agopuntura.Concludendo
la storia della zia Ivana possiamo affermare che l’apiterapia è senz’altro da
considerarsi una valida metodica sia di supporto che in alternativa alle
pratiche mediche convenzionali in uso per il trattamento delle patologie sopra
elencate, (qualora queste ultime si siano rivelate inadeguate), purché
esercitata con sapienza e buon equilibrio. Il giusto equilibrio, nella pratica
medica, è quello che dobbiamo sempre ricercare per evitare che ad ogni nostra azione non ne segua una uguale
e contraria in grado di provocare effetti dannosi per la salute del paziente;
il giusto equilibrio è quello che dobbiamo impegnarci a ricercare nel dare la corretta
indicazione all’utilizzo clinico dell’apiterapia perché la stessa possa rivelarsi un utile
risorsa nel trattamento medico senza trasformarsi in una pratica di alta
“stregoneria” in grado di provocare benefici irrisori se non addirittura danni importanti
al malato che abbiamo deciso di sottoporre a questo tipo di cura. Il giusto
equilibrio, guarda caso, è anche quello che dobbiamo sempre ricercare nello
svolgimento della nostra pratica apistica, perché ancora una volta le api ci
insegnano che il nostro “benessere” non può prescindere dal loro “benessere”.
Maurizio
Ghezzi
domenica 11 gennaio 2026
MORTALITA' INVERNALE DELLE COLONIE DI API
La
mortalità delle famiglie d’api, nel periodo invernale, è, non lo si può negare,
un fenomeno che riguarda noi apicoltori da molto vicino e che ormai da diverso
tempo è, altresì, fonte di una delle nostre più grandi preoccupazioni.
Statisticamente si calcola che ogni inverno soccomba un numero di colonie pari
circa al 20/30% di quelle che gestiamo, e questo è un numero decisamente
preoccupante che, oltre ad arrecare un danno economico riguardevole, mette a
rischio sia la produzione apistica sia l’equilibrio della biodiversità.
Questo
alto tasso di mortalità invernale delle nostre colonie è spesso dovuto a una
combinazione di fattori concomitanti quali quello sanitario, nutrizionale,
climatico e ambientale. Tuttavia, a mio modesto parere, attuando delle misure
di prevenzione, capaci di rinforzare la resilienza delle colonie, tale rischio
elevato di mortalità potrebbe ridursi in maniera abbastanza significativa.
Una misura preventiva assolutamente importare, da attuare durante tutto l’arco della stagione, è rappresentata dal controllo del tasso di infestazione da varroa, poiché questo parassita rimane indubbiamente una delle principali cause a cui è legata la mortalità delle famiglie d’api. Una sua abbondante presenza rende più fragili le operaie favorendo, inoltre, all’interno del nido la trasmissione di diverse patologie di origine virale e funginea. Un sistematico controllo del livello di acariosi, svolto durante tutto l’arco della stagione, fatto mediante la conta della caduta di varroe sul piatto del fondo dell’alveare e/o attraverso l’utilizzo di “Varroa Easy Check”, ci consente di aggiustare la strategia, i tempi e le modalità dei trattamenti permettendoci di contenere la parassitosi sempre a livelli che siano al di sotto della soglia di rischio cosa, questa, che favorisce la nascita di api invernali sane, robuste, più longeve, ben nutrite, libere da varroa e virosi associate, con maggiori scorte proteiche, lipidiche e di vitellogenina all’interno del proprio corpo grasso così che esse possano con facilità formare e mantenere il glomere invernale garantendo quella perfetta omeostasi termica che consente alla colonia di poter giungere senza problemi alla successiva primavera.
Un
altro fattore che gioca un ruolo fondamentale nel mantenere in piena forma le
nostre famiglie, in modo tale che possano godere di un invernamento ottimale, è
rappresentato da una corretta nutrizione sia essa di supporto che, a maggior
ragione, di soccorso. Se è vero che fino a non molti anni fa parlare di
nutrizione delle api rappresentava una “ripugnante” eresia, la pratica apistica
dei nostri giorni non può prescindere da questa tecnica gestionale
dell’alveare. Pensare che avere arnie
piene di scorte voglia anche significare avere api in salute è un grossolano
errore, infatti, non è così! Paradossalmente, purtroppo, la quantità
non equivale alla qualità e ciò fa sì che avere un’abbondanza di scorte
alimentari di scarsa qualità nutraceutica comporti l’insorgenza di un deficit
nutrizionale responsabile, a sua volta, di un pericoloso effetto domino che può
compromettere la salute dell'intera colonia.
Stiamo attraversando un periodo in cui le nostre infaticabili operaie alate sono costrette ad affrontare sfide sempre più complesse rappresentate da stress ecosistemico e nutrizionale, da infestazioni parassitarie, da infezioni virali e funginee e da esposizione a numerosi inquinanti ambientali (pesticidi, erbicidi, insetticidi, fungicidi e molto altro ancora). A questo “nefasto” contesto, come se non bastasse, vi è da aggiungere l’importanza che riveste il cambiamento climatico nel rompere l’equilibrio tra api e risorse floreali, riducendo sia la quantità sia la qualità del cibo disponibile e aumentando al contempo le richieste energetiche della colonia.
Ridotte
fonti di pascolo, spesso presenti per
periodi più limitati nell’arco della stagione, contribuiscono a determinare l’insorgenza
di uno stato carenziale proteico ed energetico capace di compromettere la
salute e la produttività di intere colonie.
A
tutto ciò vanno poi aggiunti i danni che creano alla biodiversità ambientale le
grandi distese agricole che sottraggono alla natura territori ricchi di
diversità biologica trasformandoli in sconfinate estensioni di monocolture che
impoveriscono la varietà ecosistemica dell’habitat e riducono la possibilità di
avere a disposizione polline diversificato condizione, questa, che influisce
direttamente sulla longevità delle api e sulla capacità, da parte delle stesse,
di poter produrre una gelatina reale di gran qualità. Infatti, il polline è una
ricca fonte di aminoacidi essenziali, presenti in concentrazioni numericamente
e qualitativamente differenti nelle diverse specie polliniche, tutti, in egual
misura, indispensabili all’organismo dell’ape per la sintesi di proteine ad
azione antimicrobica. Una ridotta varietà pollinica a disposizione delle nostre
api si traduce, quindi, con un impoverimento dell’espressione dei geni del
sistema immunitario, una riduzione della capacità di produrre enzimi
antiossidanti, una disbiosi intestinale
e un conseguente indebolimento del sistema immunitario sia a carico
dell’immunità individuale capace di difendere il singolo individuo grazie alla
presenza di barriere fisiche performanti, di una buona risposta antimicrobica
esercitata dagli emociti, di una buona risposta umorale che garantisce la
produzione di sostanze antimicrobiche e alla presenza di sistemi enzimatici ad
azione detossificante; sia attraverso l’immunità sociale (comportamento
igienico, grooming, importazione di propoli, termoregolazione) .
Fatte
queste considerazioni risulta più semplice comprendere come in un tale
contesto la nutrizione rappresenti un valore fondamentale sul quale si
regge la salute dell'intera famiglia divenendo così, nell’apicoltura
moderna, non solo un aiuto occasionale ma un vero e proprio strumento di
gestione sanitaria e produttiva che permette di compensare la perdita di
biodiversità, rafforzare la salute delle api, prevenire le malattie e mantenere
la produttività delle colonie in un ambiente sempre più povero di risorse
naturali.
Un’ultima
pratica, secondo il mio “umile” parere, che assume una fondamentale importanza
nel ridurre la mortalità invernale delle nostre famiglie è rappresentata dal
mettere a loro disposizione un arnia a basso “consumo energetico” della quale
vi ho già parlato in un mio precedente articolo. Questo nuovo modello
“concettuale” di alveare è uno strumento che aiuta le api a sopravvivere meglio
durante l’inverno, poiché impedendo la dispersione di calore facilita la conservazione,
all’interno del nido, del caldo prodotto dal glomere contribuendo altresì a mantenere
stabile l’omeostasi termica e igroscopica nell’ambiente. Tutto ciò si traduce con un minor dispendio
energetico da parte delle api, cosa che a sua volta comporta una sensibile
riduzione del consumo delle scorte, una diminuzione dei processi ossidativi e
un conseguente aumento della longevità delle api stesse.
Per
concludere potremmo dire che il saper mettere in atto un insieme ponderato di
pratiche e di tecniche apistiche è alla base di quel saggio “cocktail” che, se
assaporato e gustato con sobria eleganza, ci permette di raggiungere quel senso
di anelata euforia capace di tradursi in una sana intensa e momentanea reazione
di profonda gioia e di grande entusiasmo che ci pervade ogni qualvolta che
all’inizio della nuova primavera vediamo le nostre famiglie risvegliarsi dal
torpore invernale e correrci incontro baldanzose ringraziandoci per quel nostro
piccolo gesto d’amore che ha permesso loro di svernare in una dolce e tiepida
armonia.
Ricordo che vi è ancora la possibilità di potersi iscrivere al corso base di apicoltura dell'UNITRE di MEDA che si terrà nei giorni 13/20/27 febbraio e 6 marzo presso la sede dell'UniTre in Via Cialdini 138 a Meda dalle ore 15,00 alle ore 17,00. Per iscrizione contattare segreteria@unitremeda.it
e al corso base di apicoltura che si terrà presso la Biblioteca Comunale di Costa Masnaga (LC) nei giorni 7/14/21/28 di febbraio dalle ore 09,30 alle ore 12,00. La partecipazione al corso è gratuita. Per iscrizioni contattare: biblioteca@comune.costamasnaga.lc.it
sabato 10 gennaio 2026
APICOLTURA URBANA
In
questo articolo vorrei parlarvi dell’apicoltura urbana, una pratica che offre
una grande opportunità per le gente di “città”, ossia, quella di approcciarsi
in modo positivo all’ambiente in cui vive. Allo stesso tempo questa pratica si
rivela essere un prezioso strumento educativo, un utile mezzo per valorizzare
la biodiversità urbana e un valido impulso capace di stimolare una
mobilizzazione collettiva verso la creazione di un habitat migliore e più
salubre.
Perché
tutto ciò si verifichi è necessario, però, che venga promossa una visione
esemplare di quel che rappresenta l’apicoltura urbana, ovvero una visione che
sottolinei come tale attività debba essere svolta in maniera rispettosa del
contesto ecologico cittadino e che, allo stesso tempo, venga attuata in modo
socialmente responsabile.
Quale
indiscusso simbolo di una invidiabile capacità di cooperazione, e sicuramente
nelle vesti di ambasciatrice del mondo degli insetti, l’ape, per queste sue
peculiari caratteristiche, da migliaia di anni suscita l’interesse e la
curiosità dell’uomo nei suoi confronti. Ai nostri giorni essa richiama
l’attenzione sia dei più piccoli che dei grandi promuovendo riunioni e
discussioni su quelle che sono le problematiche ambientali e alimentari del
nostro tempo. A tutto questo va sicuramente aggiunto il fatto che la presenza
delle api nel contesto urbano è capace di stimolare l’interesse degli abitanti
verso la comprensione e lo studio della biologia degli insetti impollinatori e
la loro importanza nella conservazione della biodiversità e dell’ecosistema
urbano. Sulla base di queste considerazioni si comprende come l’obiettivo
dell’apicoltura urbana non sia quello di salvare le api da un declino mondiale
installando alveari nelle città e nemmeno quello di corrispondere a una
crescente richiesta, da parte dei consumatori, di mieli di città ma, come si
intuisce, lo scopo di questa pratica, seguendo un principio più nobile, va ben
oltre a queste aspettative.
Per
incentivare tale attività e fare in modo che essa possa raggiungere il maggior
numero possibile di persone sarebbe fondamentale che le amministrazioni comunali
manifestassero la volontà di creare spazi, nei parchi pubblici, da dedicare
alla installazione di apiari dimostrativi ed educativi, strutture capaci di
raggiungere una gran parte della popolazione che potrebbe così, verificando con
mano l’importanza della biodiversità, approcciarsi in maniera “alternativa” a
un nuovo modo di entrare in contatto con la natura.
A tutti questi aspetti positivi, per contro, non va dimenticato il fatto che l’introduzione di nuove specie nel già fragile ecosistema urbano rappresenta comunque un intervento da compiere con le dovute cautele nel rispetto degli insetti pollinizzatori “indigeni” che rivestono un ruolo cruciale all’interno dell’ecosistema cittadino e che, purtroppo, sono anch’essi assoggettati a un declino assai importante quanto quello delle nostre api. È per questo motivo che l’introduzione di famiglie d’api nella città non può non prescindere dalla valutazione della più o meno buona capacità dell’habitat comunale di poter garantire un adeguato pascolo a un numero crescente di colonie di api domestiche e allo stesso tempo anche alle popolazioni di insetti pronubi locali. Non va nemmeno scordata la possibilità che esista un rischio di trasmissione di nuovi agenti patogeni dalle popolazioni di api domestiche introdotte in città agli impollinatori “urbani” e viceversa. Per far fronte a queste problematiche sarebbe importante introdurre uno sviluppo progressivo, ragionato e responsabile dell’apicoltura in un ambiente urbano monitorando l’impatto sulle capacità di supporto e sulle dinamiche competitive che si vengono a creare fra api e insetti impollinatori cittadini e promuovendo un miglioramento dell’habitat civico attraverso l’introduzione di nuovi spazi verdi e di nuova vegetazione con importante valenza nettarifera.
Fatte
queste considerazioni è altrettanto importante ricordare che l’apicoltura è una
disciplina complessa che non va sottovalutata e nemmeno presa alla leggera e
che per tale motivo necessita di un investimento sia in tempo, in energie e in
risorse finanziarie da parte
delle
future apicoltrici e futuri apicoltori. È questo il motivo per cui ritengo che
prima di intraprendere tale attività le persone debbano aver ricevuto
un’adeguata formazione e maturato, a fianco di un apicoltore più esperto, una
sufficiente esperienza. Una condotta irresponsabile nella pratica apistica può,
infatti, portare a differenti situazioni indesiderate come, per esempio,
l’indebolimento delle colonie gestite fin anche alla loro perdita, l’insorgenza
di sciamature e/o lo scatenarsi di saccheggi; al contrario una gestione
responsabile dei propri alveari oltre che aprire la strada verso il benessere
delle famiglie allevate è anche la base per una coabitazione in armonia con il
vicinato e i cittadini che frequentano la zona dell’apiario.
Una
buona formazione permette anche ai “novelli” apicoltori urbani di riuscire a
mantenere una rigorosa gestione sanitaria dei propri alveari impedendo il
diffondersi di eventuali patologie consentendo loro, inoltre, di assicurare un
habitat ideale alle proprie api seminando e piantumando lo spazio di pertinenza
dell’apiario con arbusti e piante che possiedano fioriture ad alta capacità
mellifera.
Per un
buon rapporto con gli abitanti l’apicoltore urbano dovrà, poi, saper governare
con assoluta precisione la sciamatura nei propri alveari, adottare dispositivi
di salvaguardia per garantire la sicurezza dei cittadini e comunicare con i
vicini per sensibilizzarli e rassicurarli.
Concludendo
possiamo affermare che l’apicoltura urbana va intesa come uno strumento di
educazione e sensibilizzazione piuttosto che come mezzo di marketing “verde”,
per questo penso sia corretto incoraggiare le persone che si dedicano a tale
attività ad avere un grande senso di condivisione garantendo la massima
trasparenza possibile nella conduzione della loro pratica apistica cittadina.
Ricordo la possibilità di potersi iscrivere al corso base di apicoltura che si terrà il prossimo febbraio presso l'UNITRE di Meda e/o presso la Biblioteca Comunale di Costa Masnaga. Ultimi posti disponibili.
venerdì 9 gennaio 2026
FIORI PER LE API
Per
allevare api bisogna conoscere le api, conoscere le api significa anche e non
solo sapere quali siano le specie botaniche a loro più utili e più gradite.
Sulla base di questa conoscenza potremo così “arredare” i nostri apiari, i
nostri giardini e/o i nostri terrazzi con una multi variegata rappresentanza
floreale in grado di sostenere le nostre famiglie lungo tutto l’arco della
stagione. Fortunatamente, in Italia esistono più di 8.000 specie vegetali
differenti fra loro cosa, questa, che ci rende il paese con la più variopinta
ricchezza botanica di tutta Europa. Fra queste 8.000 differenti specie più del
75% di esse necessita di esser impollinata da insetti pronubi e, a questo
proposito, non dobbiamo dimenticare che l’ape è l’insetto polilettico per
eccellenza ossia è un insetto pronube estremamente adattabile e ciò lo rende
capace di visitare tantissimi tipi di piante che presentano fra loro svariate
diversità di struttura dei propri fiori. Tuttavia, ciò non toglie il fatto che
anche le api, come ciascuno di noi, abbiano i propri gusti e questo fa sì che
esse prediligano bottinare su alcune fioriture piuttosto che su altre.
Sono poche ma essenziali le caratteristiche che le piante devono possedere per risultare particolarmente attrattive per le nostre api: esse, infatti, prediligono specie autoctone in quanto si sono evolute in quell’ambiente assieme a loro, questo fa sì che i loro cicli biologici siano sincronizzati con quelli degli stessi insetti che vivono e frequentano quel territorio; in secondo luogo esse prediligono piante capaci di fornire buone quantità di polline e nettare indispensabili al fabbisogno proteico ed energetico della famiglia; inoltre, tali piante devono assicurare fioriture prolungate poiché l’attività delle api va da febbraio/marzo fino a ottobre/novembre quindi il loro ambiente ideale, in cui poter vivere serenamente, deve possedere specie botaniche che garantiscano fioriture lungo tutto l’arco di tale periodo.
Fra
questa molteplicità di fioriture grande importanza rivestono gli alberi, gli
arbusti e/o le piante erbacee precoci poiché in grado di fornire nutrimento
quando le api si risvegliano dal periodo invernale e hanno le scorte quasi
esaurite avendo così necessità di reperire cibo in breve tempo e in abbondante
quantità, allo stesso modo acquisiscono fondamentale importanza anche le
varietà botaniche con fioritura tardiva che rappresentano l’ultima risorsa per
accumulare scorte di cibo indispensabili al riposo invernale. Un altro fattore
non trascurabile è rappresentato dalla necessità che i fiori delle piante e/o
degli arbusti di interesse apistico abbiano strutture semplici, poiché, come
detto, nonostante le api sappiano visitare una grande varietà di fiori, esse
prediligono quelli con strutture semplici ossia con corolle aperte in cui sia
il nettare sia il polline siano facilmente raggiungibili. Infine, non
dimentichiamo come anche i colori e i profumi dei fiori rivestano grande
importanza; sappiamo, infatti, molto bene come le api siano attratte particolarmente
da alcuni tipi di colore quali il giallo, il blue, il porpora, il violetto e l’ultravioletto,
quest’ultimo non percepibile dall’occhio umano.
Per riallacciarmi a quanto detto in precedenza vorrei elencare alcune specie botaniche di interesse apistico a fioritura precoce come per esempio: il nocciolo, che con i suoi fiori maschili offre all’ape un’abbondante quantità di polline in un periodo in cui le scorte all’interno del nido si sono assottigliate nonostante, proprio di questi tempi, vi sia all’interno dell’alveare, un grande bisogno di riserve proteiche per alimentare la covata in iniziale e progressiva crescita; il corniolo, grande fornitore sia di polline sia di nettare, arbusto che presenta un abbondante fioritura gialla che compare prima dell’emissione delle foglie; il calicanto, pianta di origine orientale però con fioritura molto precoce (gennaio/marzo); il laurotino, specie sempre verde che fiorisce da novembre a marzo e che, di conseguenza, per tutto il periodo invernale mette a disposizione delle api polline e nettare e infine ricordo, fra le specie a fioritura precoce, anche il prugnolo e tutti i pruni (mandorlo, pesco etc).
Con il
proseguo della stagione la natura elargirà altre provvide fioriture quali
quelle del ciliegio, una rosacea, che fiorisce ad aprile; del sanguinello,
parente del corniolo che fiorisce in maggio risultando altresì un ottimo
dispensatore di nettare e polline; del tiglio uno degli alberi melliferi per
eccellenza molto diffuso nelle città dove spesso rappresenta la specie più
utilizzata per l’alberatura delle strade e dei viali. Esso, inoltre, verso
giugno/luglio viene infestato da afidi, fortunatamente innocui per la sua
salute, ma grandi produttori di melata: quel liquido zuccherino particolarmente
gradito e bottinato dalle api soprattutto in assenza di altre fioriture. Ancora
non possiamo dimenticare il caprifoglio con la sua abbondante fioritura che
inizia a maggio e prosegue fino a settembre e il ligustro con un abbondante e
profumata fioritura che va da maggio fino a luglio.
Altri
arbusti attrattivi per le api sono: la spirea, una rosacea, che fiorisce da
maggio a settembre, essa è molto ricercata dalle nostre infaticabili operaie
alate sia per il nettare sia per il polline; il melograno, che fiorisce fra
maggio e giugno; la budleia (fioritura giugno/ottobre) o albero delle farfalle
perché è molto visitato anche e soprattutto dalle farfalle; infine ricordo
l’edera, il corbezzolo e il grano saraceno che fioriscono fra ottobre e
novembre, fioriture preziosissime per le api poiché fonte di pregiato nettare e
di importante polline da stivare nel nido prima dell’arrivo dell’inverno.
Oltre
ad alberi e ad arbusti esistono tutta una serie di piante erbacee annuali,
biennali e perenni che rivestono un importante ruolo quali preziose fornitrici
di nettare e polline come le asteracee, le lamiacee, le rosacee, le leguminose
e le borraginacee. Grande importanza l’hanno anche le piante aromatiche
(appartenenti quasi tutte alle labiacee e alle ombrellifere) perché sono piante
perenni, hanno un’elevata rusticità e poche esigenze, garantiscono un buon
effetto ornamentale, sono ricche di nettare, possiedono abbondanti e prolungate
fioriture, emanano piacevoli essenze e sono, fra l’altro, anche utili sia per
uso culinario che terapeutico.
Fra le
specie annuali ricordiamo: il fiordaliso (fioritura maggio/luglio) buon
fornitore di nettare e polline, il papavero che dona alle api buone quantità di
polline, la borragine che fiorisce da aprile a settembre ed è una buona dispensatrice
sia di nettare sia di polline, la facelia (pianta non autoctona e annuale)
ottima nettarifera che fiorisce da giugno ad agosto. L’erba viperina è un’erba
biennale che fiorisce con spighe di color blue da marzo a settembre. L’erica
erbacea fiorisce molto presto (febbraio/maggio) e dona alle nostre api
abbondanti quantità di nettare; il tarassaco, erbacea perenne che fiorisce da marzo
a settembre, la calendula che con la sua fioritura ininterrotta da febbraio fino
a ottobre risulta preziosa elargitrice di polline. Il trifoglio rosso (aprile
settembre) e la lupinella (maggio/agosto) sono due leguminose molto
rappresentate nei prati fioriti e ottime per la produzione di nettare e
polline, la scabiosa che può essere utilizzata anche per abbellimento delle
bordure poiché presenta un’inflorescenza che genera grande volume e che
fiorisce da giugno a ottobre, infine, ricordiamo gli aster molto importanti per
la loro fioritura tardiva (agosto/novembre) ottimi fornitori di nettare e
polline. Anche alcune bulbose a fioritura precoce quali per esempio il crocus,
il narciso, l’elleboro etc. si rivelano essere preziose elargitrici di polline
in un periodo assai prossimo alla ripresa stagionale.
Aiutiamo
le nostre api, sosteniamole, adorniamo il nostro apiario di variegate specie
botaniche in grado di garantire una prolungata e continua fioritura durante
tutto il periodo stagionale, esse ringrazieranno e sapranno dimostrarci come una
goccia di nettare e un pizzico di polline siano, a loro, sempre più graditi
rispetto a un panetto di candito piuttosto che ad un’improbabile “tazza” di
dolce sciroppo!
lunedì 22 dicembre 2025
NOSEMA CERANAE
Dicembre
un periodo di “dolce far niente” per noi apicoltori visto che i gravosi impegni
e gli importanti carichi di lavoro sopportati durante la stagione in questo
periodo si riducono fin quasi a scomparire regalandoci un momento di meritato
riposo e, perché no, anche del tempo per dedicarci alla riflessione. Ed è
proprio in base a quest’ultima considerazione che vorrei disquisire assieme a
voi a proposito di una analisi riguardante una parassitosi sempre più
frequentemente presente nei nostri alveari e che sta provocando, oltre che a
ingenti danni, la perdita di un gran numero di famiglie a noi sagaci custodi
della api. Quale? Quella provocata dal Nosema Ceranae.
Come
tutti ormai ben sappiamo per riuscire a diagnosticare un’eventuale patologia a
carico di una famiglia d’api occorre valutare correttamente i sintomi presentati
dalla stessa e dalle api che la compongono, sintomi che, spesso e purtroppo,
rappresentano una manifestazione assai
tardiva della patologia in essere, ossia si rivelano solo quando questa è
presente già in uno stadio molto avanzato. Nel caso specifico di un’infezione
indotta da Nosema Ceranae la possibilità di eseguire una corretta ed esatta
valutazione dei sintomi in tempi precoci risulta essere una procedura assai
difficile se non impossibile da eseguire. Perché? Perché, purtroppo, tale patologia rimane
asintomatica fino al suo esito finale: “lo spopolamento dell’alveare”.
Quindi,
si dovrà cercare conferma dell’ipotesi fatta attraverso indagini di laboratorio
(analisi istopatologica eseguita sulle api e/o sui cadaveri delle stesse
prelevati dall’alveare); solo in seguito a ciò potremo fare delle previsioni sulla possibile evoluzione della malattia per
poter così intervenire con i corretti medicamenti (esempio farmaci antivarroa
piuttosto che antifunginei e/o altro ancora).
Recentemente,
però, si sta sempre più diffondendo una nuova modalità di approccio alla cura e
alla prevenzione delle malattie che colpiscono l’alveare: essa consiste nella
ricerca, attraverso test di laboratorio, di eventuali patogeni radicati
all’interno della colonia prima ancora che si manifestino i sintomi della malattia
indotta dagli stessi germi. Una volta
identificati gli agenti patogeni presenti nella famiglia d’api bisognerà
valutare il rischio a cui la presenza degli stessi sottopone la colonia e
conseguentemente agire con la somministrazione, piuttosto che di farmaci, di
alimenti complementari in grado di stimolare e fortificare il sistema
immunitario delle api che compongono quella colonia. Tali sostanze devono rinforzare
l’attivazione dell’immunità senza stimolarla in maniera eccessiva per non
correre il rischio che un sistema immunitario esageratamente attivato anziché
produrre un effetto benefico non induca alla comparsa di effetti collaterali
non desiderati.
Sulla
scia di queste considerazioni , avendo avuto la fortuna di seguire un seminario
del Professor Gilles Grosmond medico veterinario e apicoltore con competenze
approfondite nell’ambito della omeopatia, fitoterapia e aromaterapia, sono
venuto a conoscenza di un alimento complementare da lui elaborato e
sperimentato per circa una decina di anni, alimento che promette di contrastare
con grande vigore, attraverso la stimolazione del sistema immunitario e l’ottimizzazione
della composizione del microbiota intestinale
delle api, l’infestazione da nosema ceranae e le relative virosi da esso
indotte.
Il Nosema Ceranae è un parassita intestinale unicellulare appartenente alla categoria dei miceti, esso si caratterizza in modo specifico per la presenza di un doppio nucleo e l’assenza totale di strutture intracellulari, in particolar modo di mitocondri, ciò lo rende un parassita obbligato cioè non in grado di moltiplicarsi da solo e di vivere in autonomia. Questo micete penetra all’interno delle cellule intestinali dell’ape dove inizia a riprodursi e a generare delle spore che andranno a dislocarsi all’interno del lume del tubo digerente dell’ape. Il parassita va a colonizzare la parte posteriore dell’intestino dell’ape provocando, a tale livello, estese lesioni cellulari. Il Nosema Ceranae, poiché privo di strutture mitocondriali, avrà bisogno di trovare zuccheri al fine di recuperare l’energia indispensabile alla sua sopravvivenza e alla sua riproduzione e ciò lo porterà a predare lo zucchero presente negli enterociti (cellule intestinali) e nelle cellule che costituiscono l’emolinfa (sangue) delle api, la conseguenza di questo processo di “predazione” si traduce con l’incapacità da parte dell’ape di utilizzare come nutrimento indispensabile per generare energia, fondamentale al suo sostentamento e alla sua sopravvivenza, gli zuccheri da lei stessa raccolti. L’infezione provoca una continua e costante sottrazione di zuccheri che si traduce per le api estive con una diminuzione di performance, una diminuzione di longevità (l’aspettativa di vita delle api infette si riduce così da 40/45 giorni a una trentina di giorni) e un passaggio prematuro dallo stato di ape operaia che svolge i suoi compiti all’interno del nido allo stato di bottinatrice. Tutto ciò comporta la presenza di effetti deleteri per la famiglia, ma quel che è peggio è che tali effetti avvengono senza che vi sia una concomitante presenza di una chiara e ben identificabile sintomatologia. Questa condizione rende la nosemiasi difficilmente identificabile particolarmente da parte di apicoltori che non abbiano ancora una pluriennale esperienza in tale disciplina.
Recentemente
si è, inoltre, dimostrato come all’aumentare della longevità delle api aumenti
anche l’infestazione da Nosema e ciò comporta, anche a carico delle api
invernali, un passaggio prematuro dallo stato di api nutrici a quello di
bottinatrici con conseguente diminuzione dell’aspettativa di vita, quindi una
precoce diminuzione della popolazione e di api nutrici capaci di assistere ai
bisogni della covata al momento della sua ripresa. Questo progressivo e
inesorabile spopolamento avrà anche come conseguenza l’incapacità da parte
delle api residue di mantenere il glomere mentre la “fame” di zucchero induce le stesse a uscire
dal nido per procurarsi cibo ma allo stesso tempo impedisce loro di farvi
ritorno poiché destinate a morte certa a causa del freddo clima invernale.
L’insieme
di tali fattori concorrono a determinare un forte indebolimento della colonia
condizione, questa, che porterà all’instaurarsi di sovrainfezioni da parte di
altri patogeni quali, per esempio, i virus (DWV – BQCV – SBV e/o altri ancora)
e/o i tripanosomi (Crithidia Mellificae – Lotmaria
passim che parassitano l’epitelio intestinale), le quali, associate
all’infezione da Nosema porteranno come conseguenza alla morte precoce delle
api e al conseguente spopolamento
dell’alveare.
Le infezioni virali si localizzano principalmente nel tessuto nervoso (cervello e antenne CBPV), nei centri della vista (DWV) e/o nelle ghiandole ipofaringee. Esse possono venir trasmesse per via “verticale” attraverso, per esempio, la contaminazione intra- ovarica delle uova oppure attraverso la contaminazione della superficie dell’ovocita che avviene durante il suo passaggio nelle vie genitali e/o a causa della contaminazione degli spermatozoi. Un’altra modalità di trasmissione virale è rappresentata dalla via “orizzontale” come avviene per esempio nel caso della trasmissione dovuta all’azione parassitaria della varroa la quale, da studi recenti, sembra essere più un “moltiplicatore” di virus piuttosto che un diffusore degli stessi, oppure come avviene durante la trofallassi, la frequentazione dei fiori e/o le condotte igieniche quali il grooming.
Attualmente,
secondo recenti studi, possiamo considerare
che circa il 75% degli alveari manifesti al suo interno la presenza di Nosema
Ceranae, quindi, il rischio che le famiglie che gestiamo vengano colpite da
tale infezione è sicuramente molto alto e raffigura una complicazione
decisamente importante. Inoltre, come
abbiamo detto, la presenza di Nosema Ceranae all’interno dell’alveare espone la
famiglia al rischio di contrarre sovrainfezioni virali, e a tal proposito si è
valutato che la contemporanea sovrainfezione da parte di 3 categorie differenti
di virus rappresenta un fattore di rischio flebile per un esito di spopolamento e morte della
famiglia, da 3 a 6 differenti tipi di virus il rischio diviene elevato, mentre
da 6 a 10 diviene molto elevato.
Analisi eseguite su campioni di api vive hanno confermato che anche in colonie asintomatiche si riscontra la presenza di Nosema Ceranae in una percentuale pari al 75% e la concomita presenza di virus quali, tra i principali: ABPV (virus della paralisi acuta), BQCV (virus della cella reale nera), CBPV (virus della paralisi cronica), DWV e DWV-A (virus delle ali deformi), VdV1 e DWV-B (virus varroa d.), KBV (Kashmir virus), SBV (virus della covata sacciforme) e SBPV (virus della paralisi lenta) oltre alla possibile presenza di tripanosomi come la Crithidia Mellificae e la Lotmaria passim la cui azione patogena a livello degli enterociti viene notevolmente potenziata dalla contemporanea presenza di un infezione da nosema. Analisi batteriologiche condotte su bombi e altri apoidei, prelevati in prossimità di apiari, manifestano la presenza degli stessi patogeni evidenziati nelle colonie d’api presenti nell’apiario e ciò testimonia quanto sia divenuta pericolosa la trasmissione di patogeni per via orizzontale e quanto, per certi versi, essa divenga anche una via di trasmissione “circolare” ossia: da ape ad apoidei e viceversa. Tutto ciò espone le nostre api a un forte rischio di contrarre sempre più frequentemente infezioni che nel tempo potrebbero rivelarsi letali per le nostre famiglie anche se gestite con scrupolosa cura.
Sulla
base di queste considerazioni e sull’entusiasmo suscitatomi da quanto appreso
nell’ascoltare la lezione divulgativa del Dr. Grosmond ho voluto provare a
sperimentare la reale efficacia dell’alimento complementare da lui “progettato”.
Il prodotto viene commercializzato con il nome di Bee’ Full Plus ed è stato
elaborato al fine di sostenere l’immunità dell’ape migliorandone la sua
longevità. Non essendo attualmente disponibile in Italia, l’ho potuto reperire
sul sito web francese: “ https://www.naturapi.com “.
Il prodotto è composto da un additivo sensoriale costituito da un insieme di sostanze aromatiche (oli essenziali) fondamentali per la formazione e la stimolazione di peptidi antimicrobici e per il potenziamento della produzione di vitellogenina. La miscela di tali sostanze aromatiche permette, inoltre, di equilibrare la flora intestinale dell’ape, in più la diffusione, attraverso la cuticola delle api, di tali composti olfattivi disturba il ciclo biologico di Varroa Destructor.
In esso si trovano, ancora, un numero importante di oligoelementi come solfato di rame, di zinco, di manganese, di selenio e di ferro, tutte sostanze indispensabili a stimolare, regolamentandola, l’immunità innata dell’ape la quale si manifesta attraverso la produzione di componenti ossidanti antibatterici: la glutatione perossidasi, l’ossido d’azoto e radicali super ossidanti. La presenza di curcuma, sostanza ricca in polifenoli, gli conferisce un forte effetto antiossidante e antinfiammatorio, così come la presenza in esso di gomma arabica, elemento composto da fibre corte, garantisce una ottima stimolazione del microbiota intestinale. L’aggiunta di estratti di alghe marine esercita un effetto positivo sulle cellule del tubo digerente fortificando la barriera intestinale e permettendo un ottimale riassorbimento degli oligoelementi.Le modalità di somministrazione sono semplici e consistono nel miscelare il composto nella proporzione di 12 ml per litro di sciroppo 1 a 1 e successivamente distribuire il prodotto alle nostre api con il dosaggio di 250 ml ogni 48 ore per 4/8 somministrazioni consecutive. Il periodo consigliato per ripartire questo alimento complementare è luglio, subito dopo la rimozione dei melari, ma qualsiasi periodo della stagione, esclusi ovviamente i mesi invernali e il momento della raccolta, è buono per alimentare le nostre famiglie con questo preparato.
Le
indicazioni all’utilizzo di Bee’ Full Plus sono quelle di ridurre la mortalità
invernale delle famiglie riducendo drasticamente l’infestazione da nosema
ceranae e le virosi; di aiutare lo sviluppo delle colonie, particolarmente le
più flebili a inizio primavera (in questo caso bastano solamente 3
somministrazioni per non rischiare di innescare una sciamatura precoce); prima
della transumanza; per stabilizzare il lavoro di selezione; per fortificare la
regina preservando la sua longevità e per rallentare il degrado sanitario delle
colonie.
Il
prodotto è composto da sostanze naturali, non lascia residui nell’alveare ed
eventualmente quei pochi che dovessero rimanere sono costituiti da sostanze del
tutto naturali.
VIROSI DELLE API
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