Un
lustro è ormai passato dal giorno in cui decisi di appendere il “bisturi” al
chiodo congedandomi dall’ospedale presso cui ho svolto per ben 39 anni la mia
professione di chirurgo della mano per ritrovarmi, a distanza di cotanto tempo,
in una uggiosa giornata di fine febbraio, a sfogliare le pagine di un libercolo
che il mio collega e amico Vittorio ai tempi delle impegnative battaglie
trascorse fra pronto soccorso e sala operatoria mi regalò dopo averlo reperito
sulle bancarelle di un improbabile mercatino di pseudo antiquariato. Vittorio
fin da sempre si è dimostrato affascinato dal fantastico mondo delle api non
celando mai il suo entusiasmo nel sentirmi parlare di pratiche apistiche. Così
passeggiando come sua consuetudine, essendo persona con grande cultura storica ma
anche simpaticamente “vintage”, fra i tanti reperti di antichità sobriamente
esposti su improvvisate bancarelle, un giorno adocchiò una riedizione del
manuale di apicoltura del Canestrini riveduta e corretta da Vincenzo Asprea e
pubblicata nel 1922. Non si fece scappare il colpo la acquistò
portandomela in dono come preziosissimo
regalo oltre che come reperto storico di
inestimabile valore per chi come me era dedito a un rapporto ravvicinato con
esserini viventi appartenenti al genere apis. Fu proprio leggendo le righe
iniziali del primo capitolo di tale manoscritto riportanti un detto del
Carmagnola che cita testualmente: “il migliore apicoltore sarà quello che,
meglio istrutto della storia naturale delle api, saprà seguirla per il suo
filo” che pensai a come la “simbiosi” fra uomo e api sia un “mutualismo”
che persiste dai tempi dei tempi, praticamente 9000 anni di apicoltura prima
dell’apicoltura!
Infatti,
il rapporto tra l’uomo e l’ape mellifera affonda le sue radici ben prima della
nascita dell’apicoltura così come la conosciamo oggi. Un importante studio
pubblicato sulla rivista Nature (527, 226-230/2015) dimostra che i
prodotti dell’alveare venivano già sfruttati in modo sistematico nel Neolitico,
almeno 9.000 anni fa, in vaste aree d’Europa e del Nord Africa.
In
un’epoca in cui le api sono messe a dura prova da pesticidi, perdita di habitat
e cambiamenti climatici, questi risultati offrono una prospettiva storica di
grande interesse anche per il mondo apistico contemporaneo, ricordando quanto
lunga e profonda sia la coevoluzione tra l’essere umano e questo insetto
fondamentale per gli ecosistemi agricoli.
Il
cuore dello studio è rappresentato dall’analisi chimica di residui organici
conservati nelle ceramiche archeologiche. Tra tutti i prodotti dell’alveare, la
cera d’api risulta essere il più facilmente identificabile, grazie alla sua
“firma chimica” che rimane indelebile nel tempo. Infatti, a differenza del
miele, i cui zuccheri si degradano rapidamente, la cera può conservarsi per
millenni aderendo alle pareti interne dei recipienti in cui è stata contenuta.
Le
analisi, condotte su circa 6.400 frammenti di reperti corrispondenti a resti di
vasi in ceramica provenienti da svariati siti archeologici, rappresentano il
risultato di oltre vent’anni di ricerche condotte da gruppi di archeologi specializzati
in archeologia biomolecolare. Tale disciplina permette di distinguere la cera
d’api da altri grassi animali e/o vegetali, fornendo così una prova diretta
dell’utilizzo dei prodotti dell’alveare da parte delle popolazioni
preistoriche.
I
residui di cera più antichi finora identificati provengono dall’Anatolia e
risalgono a circa 7.000 anni prima della nascita di Cristo, ossia in pieno
periodo Neolitico. Successivamente (tra il 5000 e il 3000 a.C.), tracce di cera
sono state rinvenute in ceramiche di provenienza balcanica, della Grecia,
dell’Europa centrale, delle isole britanniche e dell’Algeria.
Codeste
ricerche, inoltre, hanno permesso di evidenziare un dato particolarmente
interessante per noi apicoltori, ossia quello che riguarda il limite geografico
settentrionale di questi ritrovamenti, infatti, oltre l’attuale Danimarca non
sono stati mai individuati reperti storici che contenessero residui di cera.
Ciò suggerisce che, durante il Neolitico, l’area di diffusione naturale
dell’ape mellifera fosse limitata dalle condizioni climatiche, confermando la
forte dipendenza di questa specie verso ambienti con clima temperato a loro
favorevole e consentendoci di acquisire informazioni preziose a proposito della
sua distribuzione storica.
Inoltre,
le ricerche archeologiche hanno evidenziato come il primo rapporto tra uomo e
api fosse basato sulla raccolta del miele da alveari selvatici e ciò lo si
evince anche dal ritrovamento di celebri pitture rupestri neolitiche rinvenute
in Spagna che raffigurano individui intenti a prelevare miele da fessure
rocciose, probabilmente senza un controllo diretto delle colonie. Una vera e
propria gestione degli alveari, infatti, si sarebbe sviluppata solo in epoche
successive come dimostrano le prime rappresentazioni iconografiche di api
domesticate che risalgono all’Alto Regno egiziano (circa 2400 a.C.). Molto
probabilmente le prime “arnie” utilizzate erano costituite da tronchi scavati e/o
da contenitori naturali, fatti di materiali deperibili che non si sono
conservati nel tempo ma che trovano riscontro in pratiche tradizionali
sopravvissute fino a periodi recenti e diffuse in diverse regioni del mondo.
Con
buona probabilità, per le popolazioni neolitiche, la cera d’api non era
soltanto un sottoprodotto del miele, infatti, il suo ritrovamento, in assenza
di altre sostanze, all’interno dei recipienti, suggerisce un suo utilizzo come
agente impermeabilizzante per le ceramiche.
La
presenza combinata di cera e resina di pino fa pensare invece all’utilizzo di
tale miscela come sostanza plastificante usata come materiale adesivo piuttosto
che sigillante. È altrettanto plausibile che anche la propoli venisse
utilizzata con l’intento di sfruttare la sua funzione antisettica, sebbene non
sia ancora stato possibile dimostrare con certezza la sua presenza nei reperti
archeologici in nostro possesso.
Secondo
alcuni ricercatori, non esistono esempi etnografici di popolazioni che
utilizzino la cera senza fare uso anche del miele, ciò fa pensare come, con
buona probabilità, l’intero “patrimonio” dell’alveare fosse sfruttato già in
epoche molto antiche.
Concludendo
penso che, con un minimo margine di errore, si possa affermare come l’abbondanza
dei residui di cera ritrovati in numerosi reperti archeologici suggerisca che
lo sfruttamento degli alveari fosse ben organizzato e diffuso già ai tempi
delle società neolitiche e che, con buona probabilità, fosse affidato, fin da
allora, a individui specializzati. Da quanto sostenuto si può facilmente
comprendere come già in epoca neolitica vi fosse, fra le persone, una
conoscenza approfondita del comportamento e dell’ecologia delle api,
indispensabile per raccoglierne i prodotti senza compromettere la sopravvivenza
delle colonie. Ecco perché, come diceva il Dubini in tempi un pochino più
recenti (fine Ottocento inizio Novecento): “è necessario conoscere come son
fatti, come si associano e vivono i componenti dell’alveare; per poter davvero
esercitare quel controllo razionale da cui dipendono i risultati pratici. Si
tratta poi di cognizioni istruttive e dilettevoli per sé stesse; e chi sarà
quell’apicoltore che si rispetti, il quale voglia confessarsi ignorante nella
propria materia”?
Tutto
ciò per noi apicoltori “moderni”, rappresenta un monito e al tempo stesso un promemoria importante: il rapporto tra uomo e
api si è costruito nel corso di millenni su un equilibrio fragile e delicato.
Comprendere e rispettare questa relazione è oggi più che mai essenziale per
garantire un futuro sostenibile all’apicoltura, agli ecosistemi di cui le api
sono pilastro fondamentale e, non ultimo né meno importante, alla nostra
sopravvivenza stessa!






























