Attualmente possiamo affermare
che questa metodologia terapeutica non può e non deve considerarsi come l’unica
via percorribile per il trattamento delle affezioni citate, ma va comunque
considerata come una buona integrazione ed un valido coadiuvante del
trattamento classico di queste malattie oppure come una importante alternativa
in caso di fallimento delle terapie convenzionali. Il veleno è secreto dalle ghiandole caudali delle api
operaie ed è un liquido incolore con un forte odore caratteristico. Per
l’ottantacinque per cento è composto da acqua e per il quindici per cento da
sostanze secche farmacologicamente attive; tali sostanze sono rappresentate da
un insieme di enzimi, peptidi e proteine, zuccheri, fosfolipidi ed alcune
componenti volatili che ne determinano il caratteristico odore. Fra tutte queste
componenti troviamo:
1. sostanze a basso peso molecolare come istamina, dopamina, norepinefrina,
oligopeptidi, fosfolipidi, carboidrati e aminoacidi;
2. sostanze ad alto peso molecolare principalmente enzimi quali le fosfolipasi,
la ialuronidasi e la glicosidasi;
3. peptidi mellitina, apamina, peptide degranulante i
mastociti, secapina, tertiapina, procamina ed un inibitore delle proteasi.
Le principali patologie che
beneficiano positivamente del trattamento con veleno d’api sono:
·
patologie
reumatiche: come l’artrite reumatoide, che sono malattie
sistemiche ( interessano l’intero organismo) e sono causate dalla formazione di
autoanticorpi, ossia anticorpi che aggrediscono componenti del proprio organismo
come tendini, cartilagini, tessuti sinoviali articolari od organi interni;
·
l’artrosi: ( processo
degenerativo a carico delle cartilagini articolari ) delle grandi e piccole
articolazioni;
·
le
tendiniti: infiammazioni dei tendini come per esempio il
dito a scatto o il gomito del tennista;
·
lombalgia,
cervicalgia: infiammazioni dell’apparato “muscolare –
tendineo” paravertebrale che possono insorgere a seguito di un’artrosi della
stessa colonna vertebrale, a traumi distorsivi ( per esempio il colpo di frusta
) e/o a carichi di lavoro eccessivi eseguiti in posizioni scorrette;
·
neuropatie
periferiche: per esempio la sindrome del canale carpale;
·
la
sclerosi multipla: l’impiego dell’apiterapia per il
trattamento di questa patologia è ancora in fase di studio, pare tuttavia che
il trattamento prolungato produca benefici come la stabilizzazione della stessa
malattia, la sensazione di un minor senso di stanchezza a carico dell’ammalato
ed una relativa minor insorgenza di spasmi muscolari;
· cheloidi : ( cicatrici ispessite ed esuberanti ) l’iniezione di veleno d’api nel tessuto cicatriziale produce un assottigliamento della cicatrice migliorandone anche l’aspetto estetico attraverso la modificazione del colore discromico che spesso le caratterizza.
Esistono sostanzialmente due metodologie attraverso le quali praticare l’apiterapia una prevede l’utilizzo di una pinza chirurgica con la quale si preleva l’ape portandola in prossimità del distretto corporeo in cui si desidera procurare l’inoculazione del veleno ed appoggiando la “coda” alla cute si provoca la puntura da parte dell’ape con la conseguente morte della stessa. Personalmente, in quanto medico per vocazione ma apicoltore per passione, ritengo che questa metodologia sia una pratica “ rozza e barbarica “ non rispettosa della “dignità” dell’ape, inoltre con questa metodica non è possibile dosare la corretta quantità di veleno, da intendersi come quantità di sostanza farmacologicamente attiva, che si inietta nel paziente; infatti ogni puntura comporta la secrezione di una dose di veleno molto variabile compresa fra 0,1 e 0,5 milligrammi. La seconda metodologia prevede la preparazione di “apitossina” direttamente in laboratorio; si produce una lieve differenza di potenziale elettrico su di una membrana sottilissima, introdotta nell’arnia, sulla quale si trovano le api che vengono così indotte a rispondere con una puntura, la tossina secreta passa attraverso la membrana e viene raccolta e successivamente trattata in laboratorio, questa metodica non comporta il sacrificio dell’ape e permette di preparare fiale contenenti una quantità di veleno liofilizzato perfettamente dosata. Il farmaco che se ne ricava viene poi somministrato con iniezione praticata per via intradermica e/o sottocutanea direttamente sui “ trigger point” ( punti in cui è localizzato il dolore ) o in alcuni punti utilizzati anche nella pratica dell’agopuntura.Concludendo
la storia della zia Ivana possiamo affermare che l’apiterapia è senz’altro da
considerarsi una valida metodica sia di supporto che in alternativa alle
pratiche mediche convenzionali in uso per il trattamento delle patologie sopra
elencate, (qualora queste ultime si siano rivelate inadeguate), purché
esercitata con sapienza e buon equilibrio. Il giusto equilibrio, nella pratica
medica, è quello che dobbiamo sempre ricercare per evitare che ad ogni nostra azione non ne segua una uguale
e contraria in grado di provocare effetti dannosi per la salute del paziente;
il giusto equilibrio è quello che dobbiamo impegnarci a ricercare nel dare la corretta
indicazione all’utilizzo clinico dell’apiterapia perché la stessa possa rivelarsi un utile
risorsa nel trattamento medico senza trasformarsi in una pratica di alta
“stregoneria” in grado di provocare benefici irrisori se non addirittura danni importanti
al malato che abbiamo deciso di sottoporre a questo tipo di cura. Il giusto
equilibrio, guarda caso, è anche quello che dobbiamo sempre ricercare nello
svolgimento della nostra pratica apistica, perché ancora una volta le api ci
insegnano che il nostro “benessere” non può prescindere dal loro “benessere”.
Maurizio
Ghezzi




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