domenica 22 febbraio 2026

9000 anni di apicoltura

 

Un lustro è ormai passato dal giorno in cui decisi di appendere il “bisturi” al chiodo congedandomi dall’ospedale presso cui ho svolto per ben 39 anni la mia professione di chirurgo della mano per ritrovarmi, a distanza di cotanto tempo, in una uggiosa giornata di fine febbraio, a sfogliare le pagine di un libercolo che il mio collega e amico Vittorio ai tempi delle impegnative battaglie trascorse fra pronto soccorso e sala operatoria mi regalò dopo averlo reperito sulle bancarelle di un improbabile mercatino di pseudo antiquariato. Vittorio fin da sempre si è dimostrato affascinato dal fantastico mondo delle api non celando mai il suo entusiasmo nel sentirmi parlare di pratiche apistiche. Così passeggiando come sua consuetudine, essendo persona con grande cultura storica ma anche simpaticamente “vintage”, fra i tanti reperti di antichità sobriamente esposti su improvvisate bancarelle, un giorno adocchiò una riedizione del manuale di apicoltura del Canestrini riveduta e corretta da Vincenzo Asprea e pubblicata nel 1922. Non si fece scappare il colpo la acquistò portandomela  in dono come preziosissimo regalo oltre che come  reperto storico di inestimabile valore per chi come me era dedito a un rapporto ravvicinato con esserini viventi appartenenti al genere apis. Fu proprio leggendo le righe iniziali del primo capitolo di tale manoscritto riportanti un detto del Carmagnola che cita testualmente: “il migliore apicoltore sarà quello che, meglio istrutto della storia naturale delle api, saprà seguirla per il suo filo” che pensai a come la “simbiosi” fra uomo e api sia un “mutualismo” che persiste dai tempi dei tempi, praticamente 9000 anni di apicoltura prima dell’apicoltura!

Infatti, il rapporto tra l’uomo e l’ape mellifera affonda le sue radici ben prima della nascita dell’apicoltura così come la conosciamo oggi. Un importante studio pubblicato sulla rivista Nature (527, 226-230/2015) dimostra che i prodotti dell’alveare venivano già sfruttati in modo sistematico nel Neolitico, almeno 9.000 anni fa, in vaste aree d’Europa e del Nord Africa.

In un’epoca in cui le api sono messe a dura prova da pesticidi, perdita di habitat e cambiamenti climatici, questi risultati offrono una prospettiva storica di grande interesse anche per il mondo apistico contemporaneo, ricordando quanto lunga e profonda sia la coevoluzione tra l’essere umano e questo insetto fondamentale per gli ecosistemi agricoli.

Il cuore dello studio è rappresentato dall’analisi chimica di residui organici conservati nelle ceramiche archeologiche. Tra tutti i prodotti dell’alveare, la cera d’api risulta essere il più facilmente identificabile, grazie alla sua “firma chimica” che rimane indelebile nel tempo. Infatti, a differenza del miele, i cui zuccheri si degradano rapidamente, la cera può conservarsi per millenni aderendo alle pareti interne dei recipienti in cui è stata contenuta.

Le analisi, condotte su circa 6.400 frammenti di reperti corrispondenti a resti di vasi in ceramica provenienti da svariati siti archeologici, rappresentano il risultato di oltre vent’anni di ricerche condotte da gruppi di archeologi specializzati in archeologia biomolecolare. Tale disciplina permette di distinguere la cera d’api da altri grassi animali e/o vegetali, fornendo così una prova diretta dell’utilizzo dei prodotti dell’alveare da parte delle popolazioni preistoriche.

I residui di cera più antichi finora identificati provengono dall’Anatolia e risalgono a circa 7.000 anni prima della nascita di Cristo, ossia in pieno periodo Neolitico. Successivamente (tra il 5000 e il 3000 a.C.), tracce di cera sono state rinvenute in ceramiche di provenienza balcanica, della Grecia, dell’Europa centrale, delle isole britanniche e dell’Algeria.

Codeste ricerche, inoltre, hanno permesso di evidenziare un dato particolarmente interessante per noi apicoltori, ossia quello che riguarda il limite geografico settentrionale di questi ritrovamenti, infatti, oltre l’attuale Danimarca non sono stati mai individuati reperti storici che contenessero residui di cera. Ciò suggerisce che, durante il Neolitico, l’area di diffusione naturale dell’ape mellifera fosse limitata dalle condizioni climatiche, confermando la forte dipendenza di questa specie verso ambienti con clima temperato a loro favorevole e consentendoci di acquisire informazioni preziose a proposito della sua distribuzione storica.

Inoltre, le ricerche archeologiche hanno evidenziato come il primo rapporto tra uomo e api fosse basato sulla raccolta del miele da alveari selvatici e ciò lo si evince anche dal ritrovamento di celebri pitture rupestri neolitiche rinvenute in Spagna che raffigurano individui intenti a prelevare miele da fessure rocciose, probabilmente senza un controllo diretto delle colonie. Una vera e propria gestione degli alveari, infatti, si sarebbe sviluppata solo in epoche successive come dimostrano le prime rappresentazioni iconografiche di api domesticate che risalgono all’Alto Regno egiziano (circa 2400 a.C.). Molto probabilmente le prime “arnie” utilizzate erano costituite da tronchi scavati e/o da contenitori naturali, fatti di materiali deperibili che non si sono conservati nel tempo ma che trovano riscontro in pratiche tradizionali sopravvissute fino a periodi recenti e diffuse in diverse regioni del mondo.

Con buona probabilità, per le popolazioni neolitiche, la cera d’api non era soltanto un sottoprodotto del miele, infatti, il suo ritrovamento, in assenza di altre sostanze, all’interno dei recipienti, suggerisce un suo utilizzo come agente impermeabilizzante per le ceramiche.

La presenza combinata di cera e resina di pino fa pensare invece all’utilizzo di tale miscela come sostanza plastificante usata come materiale adesivo piuttosto che sigillante. È altrettanto plausibile che anche la propoli venisse utilizzata con l’intento di sfruttare la sua funzione antisettica, sebbene non sia ancora stato possibile dimostrare con certezza la sua presenza nei reperti archeologici in nostro possesso.

Secondo alcuni ricercatori, non esistono esempi etnografici di popolazioni che utilizzino la cera senza fare uso anche del miele, ciò fa pensare come, con buona probabilità, l’intero “patrimonio” dell’alveare fosse sfruttato già in epoche molto antiche.

Concludendo penso che, con un minimo margine di errore, si possa affermare come l’abbondanza dei residui di cera ritrovati in numerosi reperti archeologici suggerisca che lo sfruttamento degli alveari fosse ben organizzato e diffuso già ai tempi delle società neolitiche e che, con buona probabilità, fosse affidato, fin da allora, a individui specializzati. Da quanto sostenuto si può facilmente comprendere come già in epoca neolitica vi fosse, fra le persone, una conoscenza approfondita del comportamento e dell’ecologia delle api, indispensabile per raccoglierne i prodotti senza compromettere la sopravvivenza delle colonie. Ecco perché, come diceva il Dubini in tempi un pochino più recenti (fine Ottocento inizio Novecento): “è necessario conoscere come son fatti, come si associano e vivono i componenti dell’alveare; per poter davvero esercitare quel controllo razionale da cui dipendono i risultati pratici. Si tratta poi di cognizioni istruttive e dilettevoli per sé stesse; e chi sarà quell’apicoltore che si rispetti, il quale voglia confessarsi ignorante nella propria materia”?

Tutto ciò per noi apicoltori “moderni”, rappresenta un monito e al tempo stesso un  promemoria importante: il rapporto tra uomo e api si è costruito nel corso di millenni su un equilibrio fragile e delicato. Comprendere e rispettare questa relazione è oggi più che mai essenziale per garantire un futuro sostenibile all’apicoltura, agli ecosistemi di cui le api sono pilastro fondamentale e, non ultimo né meno importante, alla nostra sopravvivenza stessa!

 



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